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Propettiva Miyazaki #6 - Porco Rosso

Ehilà! Ma chi c'è? Gli internzionali lettori di Double Feature, il blog più sottovalutato di tutta Internet! Un sentito grazie ai nostri fan della Federazione Russa e degli Stati Uniti, e ovviamente i nostri amici thailandesi, a cui rivolgo un sentito เพื่อนที่ดีของฉันในประเทศไทย, วิธีที่คุณสามารถเข้าใจสิ่งนี้หรือไม่.

Colpito da un incantesimo durante la Prima Guerra Mondiale che gli ha trasformato il viso, Marco "Porco Rosso" Pagot è un aviatore che si mantiene come cacciatore di taglie nell'Italia di metà anni 20. Quando il pilota americano Donald Curtis lo umilia pubblicamente schiantandogli lo sferraglione, il Nostro decide di prendersi la rivincita, e, nel processo, impalmare Madame Gina, la graziosa ospite di un hotel sulle rive del Lago di Como di lui innamorata. Braccato anche dai Servizi Segreti fascisti Porco Rosso è affiancato da Fio Piccolo, nipote del fido meccanico del Nostro, che, testardamente, decide di seguirlo nella sua fuga/rivincita.
Anche i maiali sanno volare, forniti di mezzi adatti. (Ora la capite questa battuta)
Bestie parlanti, veivoli, belle donne: c'è tutto il necessario per un film di Neri Parenti, ma invece qui c'è sempre Miyazaki (davvero?!) e viene un film bello. Il nostro ci restituisce intatto tutto il suo amore per aviatori e i loro mezzi (paradossale, visto il parallelo guerra - tecnologia che si è già evidenziato per i film precedenti) e lo riplasma in una storia di profonda umanità, sullo sfondo di un'Italia in pieno fascismo (coi fasci qui vestiti molto meglio). Porco Rosso sarà soprattutto una divertentissima storia d'avventura, ma è soprattutto un percorso di ritorno all'umanità di un essere che se ne era estraniato completamente, perchè disilluso da orrori e ferite insanabili. Porco Rosso è, in definitiva, un invito alla speranza e al volo, metaforico o meno. 

Colpo Grosso al Porco Rosso. Cin cin!
Nonostante Fio sia un altro esempio di “Miyazaki Princess”, se vogliamo chiamarle così, il fulcro del film, una tantum, è un masculo:  come da titolo, il carissimo Porco.  Sì, certo, uno stronzo mica da ridere, ma quantomeno uno stronzo buono, tipo Han Solo: tutte uguali le canaglie del mondo, che inevitabilmente calamitano fanciulle con qualche traccia di "complesso della crocerossina"... Poi c'è il fascino della vittima di incantesimo (Po-po-porker face)... Incantesimo un cazzo, caro il mio Marco...
* Nota supernerd: il vero cognome di Porco Rosso, Pagot, è quello dei creatori di Calimero, Nino e Toni, i cui figli avevano collaborato con HM per la serie Il fiuto di Sherlock Holmes). 
Certo, curioso che il protagonista riassuma tutti i tratti dell'eroina miyazakiana: vola, ha un rapporto speciale con gli animali (essendolo egli stesso) ed è ostinato e coraggioso. Insomma, Porco Rosso è un rarissimo esempio di "quota azzurra" cinematografica.

 "Ehi tu, Porco, levale le mani di dosso."
Con questo film tutto volocentrico, Hayao si concede una librata senza precedenti, con sequenze aeree degne dei migliori documentari di guerra. Anzi, meglio, e con più cuore. Un altro gioiellino per il Maestro giapponese, un altra esperienza memorabile per lo spettatore.
A margine: Porco Rosso ha toccato le sale italiane solo nell'ottobre 2010. Dopo diciott'anni. Un fortissimo applauso per noi.

Next Week: La Principessa Monokoke!

Prospettiva Miyazaki #5 - Kiki, Consegne a Domicilio

Piaciuta la parentesi musicale? Nooo?! Impuniti...!
Allora, dopo la parentesina torniamo alla nostra Prospettiva Miyazaki... Non si sa mai che poi l'Hayao si offende. Questa volta, tocca al film del 1989 Kiki, Consegne a domicilio.
E se non vi piace, v'arriva una scarica di mazzate. A domicilio.

Embé?
Kiki è una futura streghetta, sempre affincata dal gatto Gigi: com'è tradizione, a tredici anni deve trascorrere lontano da casa il suo anno di noviziato, possibilmente in una città senza altre streghe. La nostra carissima si stabilisce a Koriko, una cittadina suggestiva dove, grazie alla gentilezza di una panettiera locale, sfrutterà le sue capacità di volo (su scopa) per mettere in piedi una piccola impresa di consegne a domicilio.

Ho un sentore di 1982...


Scontento dalla sceneggiature precedenti e troppo impegnato su Totoro per occuparsene direttamente, Miyazaki si prende la responsabilità di questo adattamento del libro omonimo di Eiko Kadono (e stai un po' attento...) solo nel 1988 e lo porta al livello di opera d'arte, soprattutto grazie ai vaghi riferimenti all'urbanistica svedese e al contesto post-fiabesco (tutto questo parlare di streghe andate, di grandi eroi del volo, di dirigibili...). Ma il punto di forza è proprio il percorso di crescita sempre più doloroso (nei limiti di un film per ragazzi), sviluppato da HM indipendente dal libro originale, che le fonti internettistiche mi dicono essere assai più episodico.

Oh, the humanity...
Il Miyazakone colpisce ancora, in una versione streghesca dei suoi tipici ingredienti: ragazzine decise, sbarazzine e volanti, animali parlanti (solo con la suddetta), magia, senso del fantastico e fiducia tra gli umani tutti. Qui si continua sul filone Totoriano, azzerando l'elemento conflittuale dalla storia, che si sviluppa interamente attorno alle varie facce della vita che la ragazzina deve conoscere ed affrontare - amore e delusione inclusi. Finalmente un film sul crescere onesto e responsabilizzante, dico io - non il "fai il cazzo che vuoi che la gente more lo stessso" di film come, che ne so, boh. Tutto ciò non ha impedito alle associazioni cattoliche americane di tentare di boicottare il film per eccesso di stregoneria.

... ecco, per l'appunto...

Diciamoci la verità, ormai uno si annoia e basta a parlarne bene di questi film. Sono tutti bellissimi, come fai?
Maledetto Hayao, maledetto.


Next Week:
Prospettiva Miyazaki #6: Porco Rosso!

Arrivederci, Mostro! vs. Chokabeck

Nel 2010 sono usciti tutti o quasi. La cosa fa godere in termini di mero gusto musicale, e quasi stupisce in un periodo davvero nero per l'industria musicale. Eppure, classifiche a parte, è stato un anno particolarmente fertile per la musica italiana che non sentirete mai se non ve la andate a cercare. Ed è un peccato che sia rimasta sommersa, visto l'autismo nei media nazionali (abbiamo persino una radio di sola musica italiana che tramette all'incirca il 2, 3% di quello che vien fuori dai nostri studi di registrazione ogni anno), e non aiuta una certa tendenza all'esterofilia - che ok che fanno più e fanno meglio, ma non schifiamoci il cortile, anzi... -, e duecento milioni di altre ragioni che a elencarle sembriamo troppo dei comunisti in cachemire.

Giusto per non parlare solo di cinema, ogni tanto mi piacerebbe fare un po' il termometro del nostro pop italico, tanto per annoiare deliberatamente anche i pochi comunisti in cachemire che ci seguono dalla Federazione Russa. 
Per questa prima puntata, mi occupo di quelli che sono stati, in termini di vendite, almeno, i due dischi italiani dell'anno: Chocabeck di Zucchero e il "primo ovunque" Arrivederci Mostro di Ligabue. Tra i due ci sarebbero i pupilli della De Filippi e Biagio Antonacci, in realtà, ma, visto che ci occupiamo di due cose per volte e almeno una delle due vorrei che mi piacesse (al di là del fatto che Zucchero fa il culo a Toto Cutugno all'estero e così via), ho scelto il nuovo disco dell'Adelmo Fornaciari.

Piacere pesce...

Non perdiamo tempo e andiamo subito al sodo con Arrivederci, Mostro! di Ligabue. Mostro lo dirai a tua sorella, 'a Toro Seduto.

1. Quando canterai la tua canzone
"Arimortacci, Vostra!" inizia col botto! Un riff, con la batteria e il basso che sembrano un gruppo rock californiano alla MTV. E Ligabue? Ah, arriva dopo.
Prosegue il tema cardine del Luciano: il mondo è cattivo, vivi come ti pare, e fanculo chi ti dice qualcosa- "lasciamo gli altri a commentare". Eh ok. C'è bisogno di dirlo ogni volta che esci con qualcosa?  Sto discorso lo abbiamo già fatto qui, ma puoi anche sbattertene di quello che dicono, senza che gli dedichi così tanta attenzione. Qui si definisce "Ciurlare nel manico", Lucianone.

2. La linea sottile
Oh, eccolo: Luciano ha appena realizzato che alcune cose sono una cosa ma ne comportano/conseguono anche un'altra, e che questo comporta il fatto che non possiamo isolarci dal mondo medesimo (Paolo Conte escluso). Wow. E, nel frattempo, ci sta anche la strizzatina agli aficionados ai lettori de La Casta ("i primi che mangiano tutto e gli ultimi pagano tutto quel conto"); agli ottimisti di ritorno ("i traguardi che sono partenze ed un tramonto che è come un mattino"); ma anche ai giovani compratori twilightiani ("A mia volta  ti apro la casa / e ti trovi davanti a un vampiro / che a mia volta devo succhiare / tutto l'amore che riesco a rubare"). Oltre ad essere un esempio splendido di pigrizia lirica e di lieve disturbo ossessivo-compulsivo, mi si rafforza la convinzione di uno che si sia rifugiato nel ruolo del Dalai Lama al Lambrusco, per potersi giustificare in qualche modo come "poeta che parla la lingua dei ggiovani". Ma "cosa pensi di fare, da che parte vuoi stare?" Diccelo, una volta per tutte, Lucianone.

3. Nel tempo
È tornato il gruppo rock californiano di prima in versione "C'ero - Manca". In questa canzone, pensate un po', ci sono: Zorro, Blek, Braccobaldo, Lavorini, la 1100, De Gregori, i Police, Berlinguer, Moro, Falcone e Borsellino. Manca Vermicino e ci siamo portati a casa "I migliori anni" versione catto-comunista, Lucianone.

4. Ci sei sempre stata
E vai con la ballata e gli accendini. Passabile, con tutti i crismi della canzoncina dell'ammore un po' emancipata, ma va bene così, Lucianone.

5. La verità è una scelta
Mi distraggo un attimo e arrivano i Nine Inch Nails! No, ma cosa dico... è Ligabue. Bravo Liga, arrangiamento coraggioso per un disco pop-rock italiano. Sì, quindici anni fa. Ah giusto, è colpa del produttore! Cazzarola, Lucianone!
N.B: In questa canzone, torna a grande richiesta l'analogia passo - tappe dell'esistenza. Guest starring: il nichilismo da cortile contro i politicanti. Questa volta però c'è un tema nuovo, e  questo mi pare pure importante: la necessità della coerenza etico-morale, di veglia perenne contro la prevaricazione. E parla male di Berlusconi, se devi, cazzo!
Pezzo migliore del disco? Pezzo migliore del disco, ma di tanto così.

6. Caro Francesco
Quando la dedica diventa un insulto. In questa canzone si parla essenzialmente di ipocrisia, come in metà di canzoni di questo disco. E basta. I giornali corrono dietro a ste cose: d'altronde, quando prendi  un classico della canzone d'autore italiana, cerchi di continuarlo con altri mezzi e ottieni solo una palla di un didascalismo unico, viene logico. Ma soprattutto, non potevi chiamarlo per telefono Francesco, eh, Lucianone? Cos'è un problema soffrire da soli? Già meni il torrone in TUTTE le tue canzoni, Lucianone.
Insomma, vai a chapà i ratt, Lucianone.

7. Atto di fede
A supporto del Luciano, arrivano i Coldplay, le chitarrine di Avril Lavigne e gli accordi maggiori che la canzone minchia si apre. Il testo è puramente pretestuoso e non c'entra una mazza con il pure condivisibile ritornello. Sì, se si perpetua la litania del carpe diem sembra che né Ligabue né la civiltà occidentale sia in grado di giustificarsi, vero, Lucianone? Premio della critica per “Vivere è un atto di fede nello sbattimento”, quanto siamo ggiovani, eh, Lucianone?

8. Un colpo all'anima.
Un po' anticipando la moda degli elenchi di Fazio, questo singolo è emblematico di come il Luciano nei momenti di stanca scriva le canzoni stilando liste un po' a caso, con un ritornello e una qualche catafora da appicicare tanto per garantire agli acquirenti la memorizzazione rapida. A tre quarti del pezzo, arrivano i Cream e fanno un solo e pure quelli che credono che Ligabue sia un esempio di rock italiano sono contenti. Un colpo al cerchio e uno alla botte, eh, Lucianone? (anyway, cazzo significa un colpo al cerchio e un altro all'anima?)

9. Il peso della valigia. 
La vita è una gran fatica, c'è da resistere, vai vai che poi alla fine forse arrivi. A soffrire si migliora, Lucianone?

10. Taca banda. Ooh, finalmente un pezzo un po' più genuino. Vai col blues. Sempre lista, sempre stesso disincanto ritrito, ma attaccato a questo filastrocchismo il cinismo è sempre più efficace. Peccato che sfumi. Odio quando sfumano, Lucianone.

11. Quando mi vieni a prendere.
E parte il fazzoletto. Ligabue interpreta il bambino, e viene un po' da ridere. Gli effettini, shocking  le spatoline, la maestra, il latte, tutto ben incastrato nella retorica del piagnucolone. Sarà che mi fan girare quando tirano in mezzo i bambini, ma questo pezzo è fondamentalmente inutile: insomma, Vermicino che mancava in 3, è qua. Il cerchio è ora completo, Lucianone.

12. Il meglio deve ancora venire.
Speriamo, eh, Lucianone?

Insomma: Non posso nascondere che buona parte dei commenti qui sono mossi da un mio genuino detestare il rocker di Correggio, ma penso siano ben evidenti e argomentati i motivi: la pigrizia compositiva, tematica e di stesura, il totale spaesamento etico-morale che traspare nei testi, nonché lo sproporzionato seguito a lui dedicato (sintomo second me di un certo pressapochismo più generalizzato, ma tant'è...). In questo disco, si aggiunge una produzione esageratamente plasticosa e di molto glassata rispetto alla relativa ruvidezza del passato - forse proprio in uno sfoggio d'onestà.
Per il resto, non è cattivo.

Fine?
Fine. Tocca a Sugar!


1. Un soffio caldo
Si inizia cona Zucchero fa il Manzoni, a volo d'angelo sui campi e poi giù a limoni. Qui Guccini non è evocato, come nel disco poc'anzi recensuto, ma c'è davvero. E quasi non sembra lui. A sostegno del pezzo fischettiare che si presta ad armonizzazioni bucoliche mica da ridere, che minghia sembra che sta già arrivando Brian Wilson e il Pet Sounds. Poi questa con l'ukulele si fa una meraviglia.

2. Il suono della domenica. 
In lingua anglofona, il testo l'ha scritto Bono. Continua il filone agreste, forse anche meglio. Immaginatevi Zucchero col chitarrino sotto il portico al tramonto, o per strada che cammina da solo. E potete anche immaginare meno, visto che le copertine dei dischi son sempre così... Comunque, qui abbiamo l'altra faccia della medaglia: quella del presente, non più dorato e caloroso come prima (con stoccata religiosa "ho visto fedi false fare solo guai"-- che impunito che sei, 'a Fornacià). Però, c'è sempre la speranza che in fondo 'il suo della domenica' rifiorisca....

3. Soldati nella mia città. 
Metafora leggermente datata Seconda Guerra Mondiale, dove finalmente un cuoricione può donarsi alla Ricostruzione. Peccato, pezzo meno riuscito del disco, ma lo si perdona, dai.
4. È un peccato morir. 
Pasquale Panella, sì lui... quello di capolavori (e non scherzo - beh, forse nel terzo caso un po' sì) come: questo, questo e questo. Qui il Vanera si è fatto di cicoria e fa le Bucoliche di Virgilio Sangiovese edition. Tutti a far l'amore nelle vigne per celebrare la vita. Spetta, sbagliato pezzo.
* Oscar per la miglior frase sulla Trinità: "Gloria a te nell'aria / quale tu sia / solo uno o solo in compagnia".
** Qualcuno mi spiega il mistero di "fare 101"?

5. Vedo nero.
Finalmente un nuovo classico sulla Patonza e sulla frustrazione da mancanza di coccole - con le relative conseguenze - da cantare sui pullman e scrivere sui muri di questa città. Mimmo Cavallo - paroliere - resuscita i proberbiali doppi sensi su "Shock the Monkey" di Peter Gabriel, vince l'Oscar alla Virilitàcon "la vedo nera, ma nera nera, ma non mi arrendo: ho alzabandiera".

6. Oltre le rive
Praticamente il remake di Diamante con un pizzico di She's My Baby, ma stavolta scrive quello che Tony Renis ha definito "il Francesco De Gregori del 2000" (non chiedetemi perchè....), ovvero Pacifico. Lasciamoci trascinare nel limone duro in questo capolavoro d'assonanze fonetiche, mentre Zucchero ci parla di uno stalker che arriva a occupare abusivamente una tipa. No, scherzo: è il drammatico percorso di un uomo separato a forza dalla squinzia (morta?)

7. Un uovo sodo
Stesso argomento, in simpatia. Da consumare dopo tre minuti e quindici. 

8. Chocabeck
Zucchero + Pasquale Panella + Brian Wilson + pompa truzza: il mondo ora può finire serenamente. Sulle note di Mamma Maria dei Ricchi & Poveri, of course.
Oscar a Panella per: "Di più di più, l'amore fu / un calcio in culo e tante stelle lassù".

9. Alla fine
Si parte dal bucolico, e si va nel trascendente. Probabilmente un futuro classico gospel zuccheresco, zuccheriano, zuccheroso. Ma penso che tutti sognino di spirare (sì, ok, sto generalizzando) nella natura.

10. Spicinfrin Boy
Qui il Nostro si guarda da ragazzo (spincifrin era un appellativo addossato all'Adelmo dalla sua nonna) e unisce, come in Chocabeck, dialetto e inglish in un altro bel spaccato di vita.
 
11. God Bless The Child
Andiamo sul melancoepico galoppante come solo l'Adelmo sa farli. C'è un po' di Freddy Mercury in Who Wants To Live Forever, c'è un po' di prosciutto crudo... c'è tutto, però non è che alla fine attecchisca molto. Peccato, ma grazie lo stesso, zio Adelmo.

Insomma: 
Da un punto di vista puramente pragmatico, questo è il miglior disco italiano dell'anno. Mi spiego: è senza dubbio il miglior pop che possiamo produrre ed esportare, che venda e che abbia un pubblico quantitvamente incisivo. La qualità direi discretamente luminosa del disco - e il divertimento che la impregna - sono tutto grasso che cola.
Sembra un turarsi il naso, ma non lo è del tutto.


La morale di questa storia: 
Quando il gioco si fa duro, porgi l'altra guancia.

Soonissimo:
Prospettiva Miyazaki #5 : Kiki, Consegne a Domicilio


Prospettiva Miyazaki #4 - Il mio vicino Totoro

Pant-pant-pant... che fatiguera la vita, ragazzi! Non riesco a starci dietro a sti post miyazakiani. E un po' mi manca il vecchio Double Feature, quello cazzonissimo dei primi tempi... ma tornerà, cari amici spettatori, tornerà, come è tornato Mike.
La prospettiva procede, visto che è sua prerogativa naturale quella di prospicedere... quest'oggi tocca a Il mio vicino Totoro 

È il 1988, un anno drammatico per la storia dell'umanità. Viene approvata la Legge Mammì, Achille Occhetto diventa segretario del Pci, George Bush Sr viene eletto presidente degli Usa. A salvare l'anno solo questo. Ah, e Il mio vicino Totoro. Hayao Miyazaki sforna un film più leggero e di pura evasione, un omaggio alla sua stessa infanzia e - anvedi sto incorreggibile cicciobello - all'infanzia del genere umano. E, nel processo, vien fuori quello che probabilmente il film più importante dello Studio Ghibli.
Vi presento Satzuki (a sinistra) e Mei (a destra). No, non sono di Faenza.
Il film parla fondamentalmente di un sogno ad occhi aperti: le sorelle Satzuki e Mei si trasferiscono col padre nella campagna giapponese - nel satoyama, stando al WikiWiki. Dapprima, le simpatiche bimbette notano che il vecchio casolare in cui si trasferiscono è infestato da misteriosi riccetti neri che spariscono misteriosamente; poi la più piccola, Mei, seguendo uno strambo animaletto s'imbatte nella tana del gigantesco e affettuosissimo Totoro! È l'inizio di un'avventura oltre ogni loro immaginazione...
Diamine, dovrei scrivere i riassuntini delle guide TV...
Con il Totoro, Miyazaki dimostra che un altro storytelling è possibile: uno in cui a mettere in moto una storia non sia il conflitto (in senso lato, latissimo), ma la curiosità. Come nella vita di ognuno, come nella nostra inarrestabile commedia umana, in Totoro ci sono tutti gli ingredienti: più saporiti  allegria, malinconia (a proposito, qui, per la prima volta, abbiamo una famiglia completa -  o quasi, la madre è malata e si vede in pochissime scene, e la cosa è molto autobiografica, visto che la mamma di H&M era malatissima di tisi spinale), avventura, scoperta, catalizzate da un calore umano che, come un autotreno (no-prize per chi coglie la citazione...), permea ogni fotogramma della pellicola. Un'esperienza emotivamente rigenerante per grandi e bambini, e al solo prezzo del biglietto del cinema. O forse neanche quello.

Totorain
Una fetta molto importante di quello che avete visto o vedrete in questo film è responsabilità dell'art director Kazuo Oga, che, oltre ad aver plasmato in punta di grafite lo stupendissimo Totoro - infilato di corsa nel logo dello Studio Ghibli -, ha un po' imposto il taglio estetico del film e la sua vivida e calorosa 'campagnolità' scintoista. Ma è appunto proprio Totoro ad aver folgorato l'immaginario dei bimbi giapponesi: per loro, è un po' come il Gabibbo da noi vent'anni fa. Solo molto meglio.
In sintesi, Totoro è un film che ti viene da consigliarlo a tutti perchè ti scalda il cuore, è commovente e scioglie anche i pezzi di marmo senza far succedere tragedie spaccacuore, e dove tutto è possibile, a patto che si abbracci il fantastico. E quasi quasi ti viene voglia di fare un figlio per vederlo con lui.
Ah, e poi c'è pure un seguito (Mei and the Kittenbus), ma dovete andare in Giappone al Ghibli Museum a vederlo.

Non dire gatto se non c'hai il bigliatto.
Totoro ha fatto esplodere Miyazaki all'estero - che non è esattamente una bella immagine, soprattutto considerati i precedenti di Pearl Harbor. Lui, dopo la brutta esperienza di Nausicaa, amputato e detrupato tipo Renato Balestra dall'adattamento americano, impone che non si cambi una virgola del suo film. la Totoro mania dilaga, e allatta una generazione intera di narratori per immagini...

Guarda chi ti appare... a sinistra!

Sempre più prossimamente:
Arrivederci, Mostro! vs. Chocabeck

Next week:
Prospettiva Miyazaki 5: Kiki, Consegne a Domicilio!

Prospettiva Miyazaki #3 - Laputa, Castello nel Cielo

animaVi sono mancato, eh...?


Ok, andiamo avanti!
Bentornati su DoubleFeature, ma soprattutto alla nostra sudatissima Prospettiva Miyazaki. Oggi ci occupiamo di un film che credo sia stato pesantemente adattato nella versione spagnola, ovvero Laputa - Castello nel cielo, conosciuto anche come Castle in the Sky. Questa arriva dopo...
Laputa (1986, e segnatevi la data, perchè è tipo Anno Domini) è il primo film che Miyazaki realizza sotto lo Studio Ghibli, nato nel 1985 da quelle menti ingegneristiche dello stesso HM, del collega Isao Takahata - un omino tanto simpatico che sembra Gianni Morandi, ma con gli occhi chiusi. E giapponese -  e del produttore Toshio Suzuki. Attorno allo Studio Ghibli c'è una fama quasi leggendaria - e, d'altronde, vedendo i risultati, la cosa è ampiamente giustificata.
Ma veniamo al film.


Fuggita fortunosamente da un tentativo di rapimento da parte di un gruppo di pirati, la giovane Sheeta scampa da morte certa grazie a una misteriosa pietra  - chiamata gravipietra - ereditata dalla madre. Il giovane minatore Pazu si prende subito cura di lei, ma ben presto si trova nel mezzo di una doppia fuga, sia dai pirati che dal malvagio Muska, esponente del governo e liaison con l'esercito, che vuole impossessarsi della pietra.
Scoperto l'immenso potere della pietra e il suo retaggio millenario, Sheeta viene però rapita da Muska, che si impossessa del talismano: salvata all'ultimo minuto da Pazu, unitosi alla sgangerata banda di pirati di cui sopra, guidata da Mamma Dola, si mette alla ricerca della leggendaria isola volante di Laputa, ultimo avamposto di un'antichissima civiltà. Ma il misterioso Muska li tallona...

Fanciulle Volanti Non Ancora) Identificate....
Laputa è senz'altro un film di molto più riuscito di Nausicaa. Ed è tutto dire. Come abbiamo avuto modo di disaminare settimana scorsa, Nausicaa nasce come sintesi di un manga in pubblicazione, e soprattutto si trattava del primo film la cui responsabilità artistica era interamente di Miyazaki. Un primo passo un po' pesante, ecco.
Laputa si fa forte di questa imprescindibile "prima" esperienza, però facendo un passo ulteriore verso la compiutezza, sia per quanto riguarda la sceneggiatura - più compiuta e focalizzata -, sia per quanto riguarda l'imagerie, che aggiunge al consueto mix di sense of wonder e umorismo la deliziosità del trance de vie. Quando la somma è maggiore degli addendi insomma. (con questo, esaurisco i forestierismi per la settimana)
Orgogliosamente, Miyazaki porta avanti i suoi personaggi archetipo, specie per le protagoniste femminili: Sheeta, il fulcro del film, è nobile per lignaggio e propensione, idealista e coraggiosa. E, qui come emblema della sua eredità, vola. Come ogni maschio miyazakiano, c'è azu, riciclo del Peter di Heidi, un ometto testardo e un po' allocco, forse il comprimario maschile più idealista tra quelli creati da Miyazaki. Curioso come entrambi siano orfani (Nausicaa e Clarissa lo erano), e curioso anche come il loro rapporto si sviluppi come prossimo a una relazione di coppia.
Dola invece si propone come maschera estremamente originale, una sorta di versione di Lupin al femminile, con una maggiore attitudine al comando e una maggiore saggezza, ma con la stessa dirompente vitalità, espressa a chilate di cibo ingurgitato,  attraverso la prominente fisicità e soprattutto con una premurosità burbera che neanche la mamma di Bud Spencer.
Infine, il cattivo: Muska, con esercito al seguito, polarizza il male nella sua persona, e con esso tutti i consueti valori negativi di prevaricazione, violenza e smania di potere. Il lato oscuro di Laputa, come abbiamo modo di scoprire...

Questa mamma è meglio della tua.

Al consueto fusto di manicheismo sfumato e ecologia, H&M innesta un temone da Battlestar Galactica, ergo la caduta di una civiltà per mano della degenerazione tecnologica: Laputa, al centro di una vera e propria mitologia demiurgica (Laputa come l'isola volante del Gulliver di Swift, ma anche al centro di molti avvenimenti mitologici tramandati nei secoli), è infatti caduta per l'eccessivo sviluppo tecnologico, che, come simboleggiato dal robot-giardiniere, non viene mai rigettato dall'autore, che auspica semplicemente che venga razionalizzato.
Abbiamo anche un sano tocco di comunismo, con Pazu lavoratore nelle miniere, sorridente strizzatein d'occhio del Miyazaki alle lotte dei minatori gallesi degli anni 80.

!
Il film guadagna in intrattenimento puro grazie a un intreccio serrato e preciso, personaggi spassosissimi e un taglio avventuroso che lascia intravvedere un fertile sottotesto. Anche dal punto di vista registico, Miyazaki prende le già suggestive sequenze aeree di Nausicaa e alza la sbarra, sia grazie a un design di navi e personaggi ancor più coraggioso. e alla coerenza nel mantenere alto il lirismo e l'eleganza dell'insieme,senza perdere in suspense e suggestione. Laputa è un film che si sviluppa in verticale, sia nelle scenografie che nell'intreccio - ed nel quale traspare l''vidente l'innamoramento di HM per l'arte, l'architetura e la cultura europea.
A contorno, un passo ulteriore nello steampunk (quasi a schiaffi in faccia nella sequenza dei titoli), la spassosa comicità slapstick (dove davvero si intuisce la sapienza e l'attenzione maniacale degli animatori), oltre alle autocitazioni (gli scoiattolo-volpe di Nausicaa).
Di seguito, i titoli di testa e di coda saldati in un tutt'uno, per trasmettervi via http un po' dell'atmosfera incantata del film. See you soon, fellas!


Next time:
Il mio vicino Totoro!

Somewhere along the line:
Arrivederci mostro vs Chocabeck!

Prospettiva Miyazaki #2 - Nausicaa della Valle del Vento

Ed eccoci in ritardissimo con il nuovo, fecondo post sulla Prospettiva Miyazaki. Mi scuso per il ritardo, e soprattutto per il fatto di avere esplicitamente saltato il post in programma, ma è la vita. Recupererò, bei fieuls.
Ma bando alle ciance che ho su il té.


Porco Rosso. Uhm, forse.

In un remotissimo futuro, la Terra è stata funestata dai Sette Giorni di Fuoco, che hanno raso al suolo la civiltà umana e devastato l'equilibrio ecologico del pianeta. Solo pochi gruppi di sopravvissuti resistono all'avanzare della letale Giungla Tossica, dove vivono piante e animali che producono spore letali all'uomo. Nausicaa, principessa della Valle del Vento, è una coraggiosa fanciulla che ha caparbiamente abbracciato la missione di scoprire la vera natura della Giungla Tossica - che la ragazza vede come una nuova opportunità per la vita sulla Terra. Ma tutto cambia quando i crudeli Tolmekiani, sulle tracce di una nave volante del regno di Pejite precipitata nei pressi del villaggio di Nausicaa, assoggettano la Valle del Vento e si preparano a conquistare il pianeta.

Addio giorni felici.
Nausicaa è innanzi tutto un manga, ma soprattutto il figlio illegittimo della disoccupazione. Nel 1982, il buon Hayao si trovava in (ovvie) difficoltà finanziarie a causa dell'assenza di ingaggi come animatore, e decide di ripiegare su un progetto tutto suo, Nausicaa appunto, con due obiettivi: chiuderlo quando avrebbe trovato un nuovo impiego, e, soprattutto, non trasformarlo mai in cartone animato. Detto fatto: il manga è durato dal 1982 al 1994, mentre il Nostro ha sfornato qualcosa come cinque lungometraggi, primo dei quali proprio Nausicaa. C'è da precisare che quest'ultima situation non è propriamente da addossare interamente ad HM, che, dovendo assecondare una decisione già presa dell'editore, decise di espandere il progetto originario di un corto di quindici minuti prima in un episodio da un'ora, e poi in un lungometraggio full size.
Nausicaa unisce da una parte una suggestione tutta infantile per il personaggio omerico (dite grazie al signor Pedia), emblema di proto-femminismo per il nostro, visto il suo completo disinteresse per i bellimbusti greci - e come biasimarla viste le tendenze -, e la sua preferenza per arte e natura, che la portarono ad essere la prima Menestrella; dall'altra, è il classico della letteratura giapponese del XI secolo Storia del Consigliere Tsutsumi, del quale non so dirvi niente, tranne che le mie fonti dicono così, e a volte bisogna anche un po' fidarsi. That's the press, baby
Una terza e pesante fonte d'ispirazione è talmente eterogenea e multiforme che vien quasi da applaudire: si chiama letteratura fantastica. Qui c'è tanto Dune, c'è tanta fiaba occidentale, c'è tanto di tutto che alla fine non ci si può far neanche troppo caso, perchè il risultato è tutto Miyazaki.


OttoOhm. (e prova a farlo al computer, James Cameron).
Il tema dominante è quello del rapporto tra uomo e natura - tanto che in molti si sono avventurati nel descrivere il genere di Miyazaki come eco-fantasy (WORST. DEFINITION. EVER). La poetica miyazakiana ha un caposaldo proprio in questa continua ricerca di un rapporto più sereno fra Madre Natura e il suo Figliolo più stronzo, rapporto che certo non obbliga al naturismo né preclude la possibilità della tecnologia (il villaggio della Valle del Vento, un paesello medievale con notevoli innesti ingegneristici), ma vuole evitare gli eccessi di tirannizzazione e sfruttamento - che molto spesso in Miyazaki coincidono con la militarizzazione e l'esplicita rottura dell'"armonia naturale" attraverso la crudeltà della guerra. I cattivi miyazakiani, per quanto spesso non schematizzabili come semplici villian (nota per i non-anglofoni: per villain si intende il farabuttissimo, il cattivone, lo stronzo, il figliodiputtana... capisc?), sono quelli che si rendono prepotenti proprio attraverso le armi.
Quello che incuriosisce di Nausicaa è il fatto che neanche la fazione più natural-naturante, gli abitanti della Valle del Vento appunto, si rendano conto di quello che la protagonista sospetta già da un po'... che neanche la Giugla Tossica è malvagia, neanche i temutissimi Ohm. E questo rafforza la paturnia mentale che mi sono fatto io, ovvero che qui in questo pasturone il vecchio Hayao c'abbia infilato anche un po' di Metropolis - la mediazione cuore e mente, nessun potere è veramente malvagio... però ora che lo scrivo mi sembra tirato per i capelli.
Centrale in questo e nei film di HM tutti è la protagonista femminile, che non è una slumacona passiva come nella metà della cinematografia mondiale, ma è un personaggio forte, auto-cosciente, determinato, ottimista ed emozionante, inizialmente puro ma già abbastanza maturo da capire la necessità dello "sporcarsi le mani" (la strage di Nausicaa in casa propria ce lo sbatte in faccia). Leader naturali, insomma, sia per lignaggio che per tempra.
Anche lei, come tutte le eroine miyazakiane, vola - e il volo è un topos (eeeh, ho studiato) mica da ridere, simbolo di un contatto speciale con il mondo, sottolineato anche dalla particolare empatia che Nausicaa dimostra di avere verso tutte le forme di vita.
Nausicaa non è solo un film contenutisticamente tosto - anche se narrativamente piuttosto sfilacciato -, ma è soprattutto una pellicola pericolosamente splendida visivamente. L'attenzione maniacale del team Miyazaki porta sullo schermo un universo "fantasy" (brrr...) luminoso e credibile, nel solco della tradizione di artigianato zelante e dedicato della tradizione giapponese, ma con una freschezza di sguardo che sorge dalle innumerevoli suggestioni visive tratte dall'arte e dai numerosi viaggi di HM&soci, suggestioni che il regista riplasma ogni volta. Come dice mia mamma: "Guarda quando cucino così impari" - ecco, lo stesso, ma applicatelo al mondo reale.
Come accennavo, non si tratta di un film la cui sceneggiatura non è perfettamente riuscita, ma mi dicono che in Giappone è stata una roba rivoluzionaria. Io ci credo, e non devo fare neanche troppi sforzi. Per indurvi ulteriormente a vedere questa perla - e a farvi rodere perché questa conclusione fa pena - allego anche un allegrissimo trailer coreano!
See you soon, dear losers!




Next week:
Ciocabeck vs. Arrivederci, Mostro.
(finalmente)


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Laputa - Castello nel Cielo

Prospettiva Miyazaki #1 - Lupin III: Il Castello di Cagliostro

Carissime e carissimi, eccoci tornati! Scusate la pausa forzata, ma la vita e i suoi corollari premono e ci si può far poco.

Ma bando alle ciance. Come probabilmente ho accennato mesi or sono, la normale programmazione di recensioni doppie sarà interrotta e amplificata da una amorevole rassegna dedicata a uno dei registi giapponesi, nonché di animazione, più importanti degli ultimi trent'anni: Hayao Miyazaki. Tenteremo di coprire le sue produzioni cinematografiche più importanti, sempre con la simpatica sferzata di affettoche contraddistingue noi (me) di Double Feature.
Ne approfitto per salutare, oltre al nostro esiguo ma fedele zoccolo duro di lettori tutto italiano, i possibili visitatori esteri statunitensi, thailandesi (?!) e russi. Non so come fate, ma vi stimo tantissimo. E già che ci siete, fate una capatina sulla nostra pagina Facebook e Twitter, che al resto pensiamo noi.

Ma cominciamo...
Hayao Miyazaki è questo omino qui:


Lo conoscete indirettamente, di sicuro. Ha diretto alcuni episodi di Lupin III, nonchè il lungometraggio Il Castello di Cagliostro (di cui frappé), ha collaborato all'anime di Heidi, ha creato Conan, ragazzo del futuro. Insomma, ha fatto parte anche della storia delle vostre vite.
Ebbene, perchè dedicargli addirittura una retrospettiva? Perchè? Perchè praticamente lo conoscevo solo di nome e, per quanto affascinato dalla sua estetica, non mi ero mai affidato completamente a un suo film. Per cui, ho deciso di darmi anima e corpo a TUTTI i suoi film. E la cosa sta rivelandosi fertile, al di là di questa serie di reviews.

Il Castello di Cagliostro è il primo lungometraggio dell'Illustrissimo, e, nonostante non sia farina del "suo" sacco (si inserisce pur sempre nell'enorme produzione dedicata a Lupin partorita dalla mente del mangaka Monkey Punch) quanto le pellicole successive, già rivela qualche germe delle tematiche che andremo a eviscerare nei post seguenti.

The Fast and the Furious.
Il sempre arzillo Arsenio Lupin, affiancato da Jigen, si mette sulle tracce della leggendaria dinastia di falsari della dinastia del Caprone, nascosta nel minuscolo principato di Cagliostro: nessuno prima di lui era riuscito a sopravvivere tanto a lungo da portare a risoluzione questo mistero. Il nostro arriva a Cagliostro proprio pochi giorni prima del matrimonio della giovanissima principessa Clarissa con il crudele Conte di Cagliostro, il cui solo interessamento nella ragazza è dovuto al di lei anello, elemento chiave per accedere a un antico tesoro. Ovviamente, il buon Arsenio non perderà l'occasione per impicciarsi...

Fifa in cima a un palazzo a strapiombo sul nulla.
Sul tradizionale impianto da "princess in distress" in salsa Lupeniana (in breve, per gli astemi: il ladro-gentiluomo si ficca in una valanga di guai da cui si sfila grazie alla propria genialità - schivando sempre di un soffio le manette dell'Ispettore Zenigata), Miyazaki trapianta alcune delle tematiche del cinema che di lì a poco farà sue: l'avventura nel reame misterioso e fuori dal tempo, ultima testimonianza di un mondo più primitivo e autentico (Atlantide anyone?), contrapposta al Male metallico e ottuso della violenza militarizzata; la principessa nobile che costituisce l'ago della bilancia, e l'ultima possibilità di redenzione (ma questo è un topos più comune, sono d'accordo).
Però c'è ancora un certo manicheismo "con gradiente" nella caratterizzazione (proprio della serie d'altronde), specie nel Conte e nei suoi scagnozzi, bidimensionalmente negativi (spero non si siano offesi). E, ancora più evidentemente, non c'è ancora nessuno di quei colori steampunk che da Nausicaa in poi diverranno organici all'immaginario di Miyazaki.
United Nations of Zenigata.
Anche l'intreccio è meno meravigliosamente sfilacciato e "suggestivo" di altri film del grande Hayao, ma più tradizionale e aderente al modus narrandi della serie televisiva, con le dovute eccezioni: la maravigliosa sequenze dell'inseguimento in 500 che apre il film e quella negli ingegnosi sotterranei del castello. Ma ci addentreremo nella sontuosa narratività anarrativa miyazakiana nei prossimi post...
L'ora e trentacinque de Il Castello di Cagliostro commuove per la naturalezza con cui emulsiona  l'avventura e la commedia con il genere heist, colorandolo di una poesia e di uno stupore jazzy che incanta ancora le platee televisive che si approcciano alla megatterica saga del ladruncolo francese.
Ma dalla prossima pellicola, le cose si compicano.

Next Time:
Ciocabek vs. Arrivederci Mostro!


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Nausicaa della Valle del Vento