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Speciale Fimmine: Il primo cavaliere vs. Scott Pilgrim vs. The World

In questo blog, c'è un forte affetto per il mondo femminile, che, ok, ci fa penare sempre come dei cristi, ma alla fine ci si vuole sempre bene. Tanto da farsi una pedalatona di chilometri nella nebbia pavese e nelle risaie per andare alla manifestazione "Se non ora, quando?". Molto bello, soprattutto se a Pavia la polizia permette solo di fare un corteo circoscritto a PiazzaVittoria. Bravi.
Ebbene, DF torna temporaneamente al formato classico per parlare di due film di completa sottomissione del masculo al genere femminile: Il Primo Cavaliere e Scott Pilgrim vs. The World. Oddio, sottomissione è una parola un po' fortina. Diciamo che in un film da una donna pendono le sorti di un regno, dall'altro la vita di un povero sfigatello.
Iniziamo col primo. Cavaliere.
La defenestrazione di Ginevra.


La storia si riassume così: Re Artù viene cornificato da Ginevra, che nicchia nicchia e poi si stralimona il Lancillotto (di Lancillotto).

Hard Lemon (Came-a-lot)
Andiamo direttamente al sodo. Il Primo Cavaliere è un film con un solo, maestoso pregio. È montato da Dio, ha un ritmo tale che quasi sembra un film bello. Ehi, ma guarda chi c'è nei titoli: Walter Murch, tipo la semidivinità del montaggio hollywoodiano contemporaneo. Walter Murch sarebbe in grado di rendere quasi sensato anche, che ne so, Svitati on the road.
Peccato che poi rifletti su ciò che hai appena visto, e, anche condonando l'eccesso di idealismo alle essenze di frutta e la melensitudine da ernia iatale di cui è intriso, capisci che hai visto una grandissima puttanata. Un film hollywoodiano come questo, quando è ponderato e scritto decentemente, si struttura attorno al percorso di un personaggio principale, elemento fondamentale sul quale si innestano varie trame e sottotrame, comunque funzionali alla storyline principale. Più raramente, succede che i personaggi centrali siano più d'uno, e le loro vicende si sviluppino parallelamente o si intreccino addirittura.
Ne Il Primo Cavaliere, il focus passa da un personaggio all'altro, senza alcun sviluppo o giustificazione, creando una successione compartimenti stagni legate da un'esile filo narrativo. Il film inizia su Lancillotto, continua su Ginevra, alla fine sembra essere sul tormentato Artù, per poi sterzare fortunosamente sulla coppia Lancillotto-Ginevra.
Non solo: la storia d'amore tra Ginevra e Artù è il solo fil rouge che porta avanti il film, ed è puramente pretestuosa: non ha basi concrete, Lancillotto è monoliticamente convinto da inizio a fine film che Ginevra si concederà; Ginevra - l'unico personaggio con un minimo di attrattiva e spessore - non ha un momento di reale esitazione, passa improvvisamente da un partito all'altro e ritorno, senza che ci si soffermi minimanente sulla sua (eventuale) indecisione, e questo distrugge la credibilità della storia d'amore. E, visto che questo film su questo si basa, significa che il film ha fondamentalmente fallito. Ma i suoi soldini  se li è portati a casa lo stesso.
Ma la reggina non è l'unico personaggio dipinto a cazzuolate le origini di Lancillotto paiono improvvisate solo per giustificare una scena . E, al contrario della brava-in-quanto-modulata Julia Ormond, qui il buon Richard Gere non fa altro che lo sborone con la spada, le tagliole e le nuotate. E ogni tanto chiagne. Chiagne e fotte. Bravo.
Infine, c'è Artù il soprammobile: qui Sean Connery interpreta l'incarnazione di un ideale (Camelot) talmente astratto e vago da essere inafferrabile. Questa incertezza etico-morale, a cui i valorosi cavalieri dovrebbero ispirarsi, fa l'occhiolino con una contemporaneità buona perchè democratica e tollerante, stabilendo un fil rouge sovrastorico un po' strano. Sei anni dopo, questo.

Sean CoRnery.

Insomma, questo film è stato scritto, riscritto, ritagliato e rincollato così tante volte da dare le vertigini anche a Bossi, quanto a coerenza.
Ora, non sfugge neanche a me l'ironia della situazione: hai parlato di Se non ora quando, il film merdoso della situazione è Il primo Cavaliere. Eccetera. Ma vedete, che voi c'avete solo quello in testa (That's what she said).
Passiamo ad altro.
 


Scott Pilgrim vs The World è un fi esattamente il contrario de Il primo cavaliere.
SP che sprizza genuinità e cuore grazie alla sua implacabile iperbolicità (ammappate che paroloni): la storia di un normale boy meets girl diventa uno pseudo-videogame lisergico avvinghiato con la punta delle unghie alla realtà. Lacerandola. Scopo ultimo del nostro eroe è conquistare una lei inafferrabile, ma soprattutto ri-conquistare se stesso.

Al terzo minuto, già si capisce che qualcosa non va...

Scott Pilgrim è un ragazzo come tanti altri, nerd quanto basta e bassista (hiyay!) di una garage band,  i Sex Bob-omb. Un bel giorno, conosce la ragazza dei suoi sogni (letteralmente), Ramona Flowers. E per stare con lei, deve affrontare i di lei Sette Malvagi Ex, uno più strambo e potente dell'altro. Ma per amore, si porge l'altra guancia (e se uno porge l'altra guancia, vuol dire che non si è colpito abbastanza forte - cit.)
Come ti capisco, Scottie...
Edgar Wright, il regista di questa perlona tratta da un fumettone Bryan Lee O'Malley (beccatevi che faccia da schiaffi che c'ha), è un fumatissimo regista inglese che ha firmato il rivoluzionario (anche se tutto sommato non ridancianamente spancevole - almeno per me) Shaun of the Dead e l'action movie coi ciccioni definitivo, ovvero Hot Fuzz. Recuperateveli, siuri.
Ebbene, una volta accettato l'arduo compito di adattare uno dei "manga" più  orgogliosamente nerd ever per il grande schermo, Wright ha distrutto la scatolina con scritto "Attenzione, distruttore di inibizioni cinematografiche" e ha lasciato che il film crescesse da solo, con invenzioni visive talmente inventive che forse sarebbe il caso di ridefinire la parola "pop". In tutte le lingue ed accezioni. Per farvi un esempio di quanto sia perfettamente inutile parlare di questo film a parole, eccovi i soli titoli di testa.


Una delle tante cose che rendono questo film propedeutico all'evoluzione della specie umana.
Qualcuno si è lamentato che questo Scott non avesse il fattore di "in-credibilità" dei film precedenti di Wright, semplicemente perchè al posto della montagna di simpatia nota al mondo come Nick Frost, c'è la Graziella del cinema contemporaneo, il nerd-per-tutte-le-stagioni Michael Cera. Il discorso era che, se la fisicità propromente del Nick giustificava l'improbabilità dei suoi stunt hollywoodiani post-moderni, non succedeva altrettanto con il povero Michael, la cui fisicità esile non era altrettanto ridicola. Ma perchè? Caro il mio collega recensore, perchè? è che sto lavoro incancrenisce il cuore, ecco che c'è. Ogni tanto vi fan bene un po' di Muppets, che rinfrescano l'anima.
Il valore aggiunto di questo capolavoro, e non esito a chiamarlo così perchè giocare a ping pong con l'apparato visivo del pubblico non son capaci mica tutti, sono i personaggi, in perfetto equilibrio tra tipo e personaggio a tutto tondo, con la fantastica Mary Elizabeth Winstead, che, oltre ad essere uno squinzione paciarotto, impersona una Ramona Flowers stronzissima, ma gradualmente paciosamente umana. Insomma, come piace a noi sfigatoni d'altri tempi.
Con questo è tutto, alla prossima volta, fratelli... di nuovo con un Prospettiva Miyazaki...


La morale di questa storia:
Cavaliere con più dame... bunga bunga all'ospedale.

Next Week (per davvero):
Prospettiva Miyazaki #7 - La principessa Mononoke


Arrivederci, Mostro! vs. Chokabeck

Nel 2010 sono usciti tutti o quasi. La cosa fa godere in termini di mero gusto musicale, e quasi stupisce in un periodo davvero nero per l'industria musicale. Eppure, classifiche a parte, è stato un anno particolarmente fertile per la musica italiana che non sentirete mai se non ve la andate a cercare. Ed è un peccato che sia rimasta sommersa, visto l'autismo nei media nazionali (abbiamo persino una radio di sola musica italiana che tramette all'incirca il 2, 3% di quello che vien fuori dai nostri studi di registrazione ogni anno), e non aiuta una certa tendenza all'esterofilia - che ok che fanno più e fanno meglio, ma non schifiamoci il cortile, anzi... -, e duecento milioni di altre ragioni che a elencarle sembriamo troppo dei comunisti in cachemire.

Giusto per non parlare solo di cinema, ogni tanto mi piacerebbe fare un po' il termometro del nostro pop italico, tanto per annoiare deliberatamente anche i pochi comunisti in cachemire che ci seguono dalla Federazione Russa. 
Per questa prima puntata, mi occupo di quelli che sono stati, in termini di vendite, almeno, i due dischi italiani dell'anno: Chocabeck di Zucchero e il "primo ovunque" Arrivederci Mostro di Ligabue. Tra i due ci sarebbero i pupilli della De Filippi e Biagio Antonacci, in realtà, ma, visto che ci occupiamo di due cose per volte e almeno una delle due vorrei che mi piacesse (al di là del fatto che Zucchero fa il culo a Toto Cutugno all'estero e così via), ho scelto il nuovo disco dell'Adelmo Fornaciari.

Piacere pesce...

Non perdiamo tempo e andiamo subito al sodo con Arrivederci, Mostro! di Ligabue. Mostro lo dirai a tua sorella, 'a Toro Seduto.

1. Quando canterai la tua canzone
"Arimortacci, Vostra!" inizia col botto! Un riff, con la batteria e il basso che sembrano un gruppo rock californiano alla MTV. E Ligabue? Ah, arriva dopo.
Prosegue il tema cardine del Luciano: il mondo è cattivo, vivi come ti pare, e fanculo chi ti dice qualcosa- "lasciamo gli altri a commentare". Eh ok. C'è bisogno di dirlo ogni volta che esci con qualcosa?  Sto discorso lo abbiamo già fatto qui, ma puoi anche sbattertene di quello che dicono, senza che gli dedichi così tanta attenzione. Qui si definisce "Ciurlare nel manico", Lucianone.

2. La linea sottile
Oh, eccolo: Luciano ha appena realizzato che alcune cose sono una cosa ma ne comportano/conseguono anche un'altra, e che questo comporta il fatto che non possiamo isolarci dal mondo medesimo (Paolo Conte escluso). Wow. E, nel frattempo, ci sta anche la strizzatina agli aficionados ai lettori de La Casta ("i primi che mangiano tutto e gli ultimi pagano tutto quel conto"); agli ottimisti di ritorno ("i traguardi che sono partenze ed un tramonto che è come un mattino"); ma anche ai giovani compratori twilightiani ("A mia volta  ti apro la casa / e ti trovi davanti a un vampiro / che a mia volta devo succhiare / tutto l'amore che riesco a rubare"). Oltre ad essere un esempio splendido di pigrizia lirica e di lieve disturbo ossessivo-compulsivo, mi si rafforza la convinzione di uno che si sia rifugiato nel ruolo del Dalai Lama al Lambrusco, per potersi giustificare in qualche modo come "poeta che parla la lingua dei ggiovani". Ma "cosa pensi di fare, da che parte vuoi stare?" Diccelo, una volta per tutte, Lucianone.

3. Nel tempo
È tornato il gruppo rock californiano di prima in versione "C'ero - Manca". In questa canzone, pensate un po', ci sono: Zorro, Blek, Braccobaldo, Lavorini, la 1100, De Gregori, i Police, Berlinguer, Moro, Falcone e Borsellino. Manca Vermicino e ci siamo portati a casa "I migliori anni" versione catto-comunista, Lucianone.

4. Ci sei sempre stata
E vai con la ballata e gli accendini. Passabile, con tutti i crismi della canzoncina dell'ammore un po' emancipata, ma va bene così, Lucianone.

5. La verità è una scelta
Mi distraggo un attimo e arrivano i Nine Inch Nails! No, ma cosa dico... è Ligabue. Bravo Liga, arrangiamento coraggioso per un disco pop-rock italiano. Sì, quindici anni fa. Ah giusto, è colpa del produttore! Cazzarola, Lucianone!
N.B: In questa canzone, torna a grande richiesta l'analogia passo - tappe dell'esistenza. Guest starring: il nichilismo da cortile contro i politicanti. Questa volta però c'è un tema nuovo, e  questo mi pare pure importante: la necessità della coerenza etico-morale, di veglia perenne contro la prevaricazione. E parla male di Berlusconi, se devi, cazzo!
Pezzo migliore del disco? Pezzo migliore del disco, ma di tanto così.

6. Caro Francesco
Quando la dedica diventa un insulto. In questa canzone si parla essenzialmente di ipocrisia, come in metà di canzoni di questo disco. E basta. I giornali corrono dietro a ste cose: d'altronde, quando prendi  un classico della canzone d'autore italiana, cerchi di continuarlo con altri mezzi e ottieni solo una palla di un didascalismo unico, viene logico. Ma soprattutto, non potevi chiamarlo per telefono Francesco, eh, Lucianone? Cos'è un problema soffrire da soli? Già meni il torrone in TUTTE le tue canzoni, Lucianone.
Insomma, vai a chapà i ratt, Lucianone.

7. Atto di fede
A supporto del Luciano, arrivano i Coldplay, le chitarrine di Avril Lavigne e gli accordi maggiori che la canzone minchia si apre. Il testo è puramente pretestuoso e non c'entra una mazza con il pure condivisibile ritornello. Sì, se si perpetua la litania del carpe diem sembra che né Ligabue né la civiltà occidentale sia in grado di giustificarsi, vero, Lucianone? Premio della critica per “Vivere è un atto di fede nello sbattimento”, quanto siamo ggiovani, eh, Lucianone?

8. Un colpo all'anima.
Un po' anticipando la moda degli elenchi di Fazio, questo singolo è emblematico di come il Luciano nei momenti di stanca scriva le canzoni stilando liste un po' a caso, con un ritornello e una qualche catafora da appicicare tanto per garantire agli acquirenti la memorizzazione rapida. A tre quarti del pezzo, arrivano i Cream e fanno un solo e pure quelli che credono che Ligabue sia un esempio di rock italiano sono contenti. Un colpo al cerchio e uno alla botte, eh, Lucianone? (anyway, cazzo significa un colpo al cerchio e un altro all'anima?)

9. Il peso della valigia. 
La vita è una gran fatica, c'è da resistere, vai vai che poi alla fine forse arrivi. A soffrire si migliora, Lucianone?

10. Taca banda. Ooh, finalmente un pezzo un po' più genuino. Vai col blues. Sempre lista, sempre stesso disincanto ritrito, ma attaccato a questo filastrocchismo il cinismo è sempre più efficace. Peccato che sfumi. Odio quando sfumano, Lucianone.

11. Quando mi vieni a prendere.
E parte il fazzoletto. Ligabue interpreta il bambino, e viene un po' da ridere. Gli effettini, shocking  le spatoline, la maestra, il latte, tutto ben incastrato nella retorica del piagnucolone. Sarà che mi fan girare quando tirano in mezzo i bambini, ma questo pezzo è fondamentalmente inutile: insomma, Vermicino che mancava in 3, è qua. Il cerchio è ora completo, Lucianone.

12. Il meglio deve ancora venire.
Speriamo, eh, Lucianone?

Insomma: Non posso nascondere che buona parte dei commenti qui sono mossi da un mio genuino detestare il rocker di Correggio, ma penso siano ben evidenti e argomentati i motivi: la pigrizia compositiva, tematica e di stesura, il totale spaesamento etico-morale che traspare nei testi, nonché lo sproporzionato seguito a lui dedicato (sintomo second me di un certo pressapochismo più generalizzato, ma tant'è...). In questo disco, si aggiunge una produzione esageratamente plasticosa e di molto glassata rispetto alla relativa ruvidezza del passato - forse proprio in uno sfoggio d'onestà.
Per il resto, non è cattivo.

Fine?
Fine. Tocca a Sugar!


1. Un soffio caldo
Si inizia cona Zucchero fa il Manzoni, a volo d'angelo sui campi e poi giù a limoni. Qui Guccini non è evocato, come nel disco poc'anzi recensuto, ma c'è davvero. E quasi non sembra lui. A sostegno del pezzo fischettiare che si presta ad armonizzazioni bucoliche mica da ridere, che minghia sembra che sta già arrivando Brian Wilson e il Pet Sounds. Poi questa con l'ukulele si fa una meraviglia.

2. Il suono della domenica. 
In lingua anglofona, il testo l'ha scritto Bono. Continua il filone agreste, forse anche meglio. Immaginatevi Zucchero col chitarrino sotto il portico al tramonto, o per strada che cammina da solo. E potete anche immaginare meno, visto che le copertine dei dischi son sempre così... Comunque, qui abbiamo l'altra faccia della medaglia: quella del presente, non più dorato e caloroso come prima (con stoccata religiosa "ho visto fedi false fare solo guai"-- che impunito che sei, 'a Fornacià). Però, c'è sempre la speranza che in fondo 'il suo della domenica' rifiorisca....

3. Soldati nella mia città. 
Metafora leggermente datata Seconda Guerra Mondiale, dove finalmente un cuoricione può donarsi alla Ricostruzione. Peccato, pezzo meno riuscito del disco, ma lo si perdona, dai.
4. È un peccato morir. 
Pasquale Panella, sì lui... quello di capolavori (e non scherzo - beh, forse nel terzo caso un po' sì) come: questo, questo e questo. Qui il Vanera si è fatto di cicoria e fa le Bucoliche di Virgilio Sangiovese edition. Tutti a far l'amore nelle vigne per celebrare la vita. Spetta, sbagliato pezzo.
* Oscar per la miglior frase sulla Trinità: "Gloria a te nell'aria / quale tu sia / solo uno o solo in compagnia".
** Qualcuno mi spiega il mistero di "fare 101"?

5. Vedo nero.
Finalmente un nuovo classico sulla Patonza e sulla frustrazione da mancanza di coccole - con le relative conseguenze - da cantare sui pullman e scrivere sui muri di questa città. Mimmo Cavallo - paroliere - resuscita i proberbiali doppi sensi su "Shock the Monkey" di Peter Gabriel, vince l'Oscar alla Virilitàcon "la vedo nera, ma nera nera, ma non mi arrendo: ho alzabandiera".

6. Oltre le rive
Praticamente il remake di Diamante con un pizzico di She's My Baby, ma stavolta scrive quello che Tony Renis ha definito "il Francesco De Gregori del 2000" (non chiedetemi perchè....), ovvero Pacifico. Lasciamoci trascinare nel limone duro in questo capolavoro d'assonanze fonetiche, mentre Zucchero ci parla di uno stalker che arriva a occupare abusivamente una tipa. No, scherzo: è il drammatico percorso di un uomo separato a forza dalla squinzia (morta?)

7. Un uovo sodo
Stesso argomento, in simpatia. Da consumare dopo tre minuti e quindici. 

8. Chocabeck
Zucchero + Pasquale Panella + Brian Wilson + pompa truzza: il mondo ora può finire serenamente. Sulle note di Mamma Maria dei Ricchi & Poveri, of course.
Oscar a Panella per: "Di più di più, l'amore fu / un calcio in culo e tante stelle lassù".

9. Alla fine
Si parte dal bucolico, e si va nel trascendente. Probabilmente un futuro classico gospel zuccheresco, zuccheriano, zuccheroso. Ma penso che tutti sognino di spirare (sì, ok, sto generalizzando) nella natura.

10. Spicinfrin Boy
Qui il Nostro si guarda da ragazzo (spincifrin era un appellativo addossato all'Adelmo dalla sua nonna) e unisce, come in Chocabeck, dialetto e inglish in un altro bel spaccato di vita.
 
11. God Bless The Child
Andiamo sul melancoepico galoppante come solo l'Adelmo sa farli. C'è un po' di Freddy Mercury in Who Wants To Live Forever, c'è un po' di prosciutto crudo... c'è tutto, però non è che alla fine attecchisca molto. Peccato, ma grazie lo stesso, zio Adelmo.

Insomma: 
Da un punto di vista puramente pragmatico, questo è il miglior disco italiano dell'anno. Mi spiego: è senza dubbio il miglior pop che possiamo produrre ed esportare, che venda e che abbia un pubblico quantitvamente incisivo. La qualità direi discretamente luminosa del disco - e il divertimento che la impregna - sono tutto grasso che cola.
Sembra un turarsi il naso, ma non lo è del tutto.


La morale di questa storia: 
Quando il gioco si fa duro, porgi l'altra guancia.

Soonissimo:
Prospettiva Miyazaki #5 : Kiki, Consegne a Domicilio


Da Zero a Dieci vs. Antichrist!

Uno non va sempre al cinema per divertirsi beceramente.
Beh certo, a meno che tu non ci vada una volta all'anno, e all'incirca il 26 dicembre. D'altronde, Natale lo si passa coi Parenti - eh, che stoccata?
Dicevo, i film si guardano anche per analizzarsi un po', per mettersi all'angolo e tirarsi dei cazzotti. Al di là delle varie considerazioni psicologico-psicanalitiche che questa pratica comporta, molti film marciano sulla questione con fare piuttosto compiaciuto, il manganello che colpisce ritmicamente il palmo e la voce caverosa, dicendo: quanto ti vuoi mettere in discussione oggi?
Quest'oggi ci occupiamo di due film che - guarda caso - hanno questa tendenza sadica qui. Ebbene, destino volle che guardassi Da Zero a Dieci e Anti-Christ praticamente di seguito... e che, come un lampo a mezzogiorno, fossi colpito da quanto questi due film avessero in comune. A parte i nudi e il fatto che... cioè, alla fine c'è di meglio. Comunque, in entrambi i film c'è tanta crisi esistenziale: nel primo, Da Zero a Dieci, questa va a disperdersi nelle gioie a denti stretti, nell'altro, Antichrist, finisce a schifìo.


Andiamo con ordine.
"Adesso ci prendiamo una bbbella pausa di diegi minuti!"
Da Zero a Dieci è la seconda pellicola diretta da Sir Luciano Ligabue, probabilmente il secondo cantautore italiano più sopravvalutato degli ultimi vent'anni – il primo, ovviamente, è sciur Vasco Rossi. Breve cronistoria: a un certo punto alla fine degli anni '90, quando Ligabue aveva ancora molto da raccontare,  esce la raccolta di racconti Fuori e dentro il borgo. Poco dopo, gli capita fra capo e collo la possibilità di produrre un film da alcune delle novelle ivi contenute: nel 1998 esce Radiofreccia, un concentrato, nel bene e nel male, di quell'immaginario da comune denuclearizzato che ha fatto la fortuna del rocker di Coreggio. Nonostante gli attori fossero dei legni veramente prepotenti (premio Foppa Pedretti a Lord Tù-Is-Mel-Che-Uan-Accorsi), l'esperimento funzionò – anche perché gli venne saggiamente affiancato un regista di professione come Antonello Grimaldi – e nel 2002 Lucianone decise di riprovarci  con Da Zero a Dieci, accompagnato dall'album Fuori come va?, che, manco a farlo apposta, fa piangere le cuspidi. 

I Bitch Boys.

In due parole, questa seconda, tragica pellicola ci racconta l'avventura di quattro coreggiosi... o correggesi... o coreggioni... (!)... quattro abitanti di Coreggio quasi quarantenni che si recano a Rimini per concludere una vacanza cominciata esattamente vent'anni prima, e interrotta improvvisamente per causa-che-se-ve-la-dico-vi-spoilero. Nella Las Vegas della Piadina ritroveranno le simpatiche ninfomani che avevano conosciuto all'epoca: l'obiettivo è proprio fare tutto ciò che era stato impossibile fare allora. (e non sono solo cose sozze)... però stavolta con lo spirito dei quarantenni che fan finta di avere quindic'anni e che si ammazzano di paturnie mentali anche se si fingono allegroni (e ci manca che si travestano da emo).

Diciamo subito che, se è vero che il film stavolta l'ha diretto tutto lui, Luciano la mdp un po' la sa far girare, e, inutili cartelli introduttivi a parte, anche lo script da lui vergato esiste e parla molto 'cinema italiano dei tempi nostri'. Ah, c'è anche il protagonista Giove (fratello del protagonista dell'altro film – perché? non c'entra un tofu! Parliamone, Lucià...), impersonato da uno che mio fratello mi dice essere uno degli attori più stronzi che gli sia capitato di sfiorare all'Accademia Paolo Grassi (n.b.: mio fratello era nel corso per operatori dello spettacolo, e, sottolineiamo E, mio fratello è estremamente fallibile), oltre che uno dei più clamorosi buchi nell'acqua nell'universo attoriale italiano, quel Stefano Pesce che non è arrivato neanche alla sigla della prima puntata di R.I.S. (Riciclo Istrioni Supplicanti).

"Libidine!" - ovvero Faccia da Pesce
Insomma, la pellicola esiste e si passa un'ora e mezza buona con la consapevolezza di star guardando qualcosa, nonostante la farcitura di edulcorazioni della provincia sborona, omosessualismi paraculi, adulteri gratuiti, ed eroismi maledettamente romantici. Oh, e quel qualcosa che si starebbe guardando non è riferito alla gradita sovrabbondanza di capezzoli al vento, sia chiaro...
Ora, quello che non viene fuori subito, ma che viene fuori a uno come me che Ligabue ce l'ha molto sul groppone, è che Da Zero a Dieci è la testimonianza di una forma di paranoia da curare. Questo film, come il precedente e come buona parte della produzione musicale del Big Lucia, è l'ennesimo spurgo di un tizio che ha assurto a religione il fare sempre e solo la cosa 'sbagliata' perché pare l'unico modo per sentirsi vivi. Sostanzialmente, abbiamo di fronte la lagna di un bambinone che finge di fottersene del giudizio altrui quando agisce solo per reazione... neanche per Romanticismo o goliardia – che lì gli stringerei la mano -, ma solo per fare un dispetto ai 'benpensanti', ai 'moralisti', agli 'integrati' - ergo, non liberamente, ma solo per rompere le balle e, in definitiva, fare agli altri la morale.
Qui la cosa viene elevata a potenza dal fattore crisi di mezza età: i fortys, si sa, sono l'età dei bilanci, l'età in cui si “valuta” la vita, la strada fatta fin a quel momento, visto che comincia a farsi sentire l'alito della fine. E farsi un ultimo bagno di gioventù è pure giusto, per carità; l'occasione poi è perfetta per una riflessione,.. magari, che ne so, sul senso stesso di questo bagno di gioventù...
Ma  niente. Qui si insegue altro: qui si insegue l'autoassoluzione non solo per un peccato originale che i personaggi dovrebbero espiare (non spoilero) ma per ogni loro minima eccentricità, scintilla di pazzia o originalità o sentimentalismo o chissà cos'altro. Giustificare se stessi, continuamente, perchè il mondo fuori è cattivo e ti manda solo a cagare, uffi. Perchè non piangersi un po' addosso, eh? E allora giù con quei bei frasoni sulla vita, l'universo e tutto quanto cui ci ha abituato Ligabue, e che hanno più a che fare con il piagnisteo da sogni infranti che a una seria riflessione sulla condizione umana.
Sbando un attimo dal film e mi butto sul discorso artistico in genere, perchè il problema del Liga è questo.  La metto in metafora, spero arrivi: una volta c'era solo la strada, per chi scrive forse trattata in modo un po' ingenuo, però era la strada, una cosa meravigliosa sulla quale perdersi, sulla quale comprendersi... e su cui si sono persi davvero in parecchi... Poi qualcosa è scattato e Ligabue ha messo la freccia, ha parcheggiato ed è diventato un benzinaio. Però finge ancora di esserci, sulla strada, crede di averla capita, crede di saperla raccontare... ma la strada  (che qualcuno glielo insegni) è un'altra cosa, va avanti, si capisce percorrendola, non ci si giustifica sul perchè la percorri, sul dove sei...


Veniamo a Antichrist di Lars Von Trier, probabilmente l'esempio di psicoterapia cinematografica meglio riuscito di, che ne so, sempre.
Innanzi tutto premettiamo che, checché ne dicano Wikipedia o vari giornali, questo NON È un film horror: sicuramente non nel senso classico, e men che meno in senso esteso. È un film che fa sicuramente molta impressione, che angoscia l'animo, ma non ha la finalità primaria di farvi defecare nel palmo, come dicono a Bolzano.
Detto questo, ribadiamo: ci sono delle scene forti, fortissime, ma proprio pugno nella coscia con livido. E si intitola Antichrist. Ma non è un film dell'orrore, cribbio!
Amarsi a un milione di fotogrammi al secondo.
All'inizio dei tempi, Lars Von Trier, cinematografaro danese recentemente autoproclamatosi "Miglior Regista del Mondo" e col vizietto per il film controverso, aveva in mente per questo film tutt'altra storia. Doveva essere la sconquassante storia della rivelazione che la Terra era stata creata nientepopòdimenoche da... Satana! Soltanto che il suo direttore della fotografia spiattellò involontariamente l'idea ai quattro venti, Lars si incazzette e chiudette bottega. Poi sembra che sono solo io ad incazzarmi quando mi spoilerano i film...
Un paio d'annetti dopo, Lars cade in una delle sue depressioni periodiche, ma stavolta è una depressione talmente profonda che gli impedisce di lavorare. Comincia a riplasmare il progetto Antichrist, a riscrivelo da capo proprio per vedere se riesce a combinarci qualcosa di buono: ancora succube della depreçao, Von Trier finisce la sceneggiatura e gira comunque il film... col risultato di renderlo straordinariamente ossessivo, perversamente affascinante, ma, soprattutto, intimo.
La storia è questa: proprio durante una poderosa copulatio, una coppia benestante perde il proprio figliolo treenne, che, affascinato dalla neve, si è lasciato cadere dal terzo piano. La madre è sconvoltissima ed esce moderatamente di senno: contro ogni codice deontologico, il marito psicoterapeuta decide di prendersene cura personalmente. Per eradicare d'impatto il trauma, la coppia si reca in un casetta in mezzo alle montagne, un posto chiamato Eden (toh!), dove lei si era recata un anno prima col figlioletto per scrivere una tesi sul genocidio. Un posto che lei temeva assaie. Infatti, lei qui finisce per perdere anche le poche rotelle rimaste... e il resto, potete immaginarlo, è morte, sangue e introspezione.

Una casetta molto carina...
Cosa c'è di meglio di un film che sembra completamente misogino e pretenzioso? Semplice, un film che se ne frega di quello che ne pensate. È palese che Antichrist sia un film a uso e consumo del suo autore, è un gigantesco farmaco di auto-medicazione cinematografico... un farmaco che lascia il dubbio che Lars non abbia ancora chiuso la partita con i suoi problemi psichici. Ma di fondo c'è un conflitto, una lotta contro le forze che ci dominano, l'eterna partita di un uomo contro un Male irrazionale che qui ha volto di Donna (in senso lato, non solo la protagonista).
A prima vista, Antichrist sembra "Interiors di Woody Allen incontra l'Esorcista", senza l'ascendente Bergmaniano e con un po' di Pop-Porno. In realtà, è il concetto di cui sopra (Satana che crea la Terra) imploso in una  'banale' storia di dolore, un dolore che porta una donna ad attivare, per reazione, un contatto istintuale e primigeno con una Natura crudele che se ne strafotte delle razionalizzazioni e delle dicotomie della nostra beneamata umanità. Sembra pure un po' pretenzioso, ma si finisce per essere calamitati da questo ribaltamento etico più che dalla tagliente tensione psicologico-sessuale o dalla curatissima messa in scena.

Oooooh, the humanity!
E alla fine, chi vince questa battaglia campale? Il pisellone della controfigura di Willem Dafoe (un membro torturato in modi che toglierebbero la ragione ogni essere di sesso maschile) o il clitoride della controfigura di quella sciamannata di Charlotte Gainsbourg? Cos'è reale in questo Eden brutto brutto? Non lo so, non si spiega, tutto è irrisolto, sospeso, ambiguo. Come sempre, l'arte migliore mette a nudo contraddizioni che non si cura minimamente di risolvere. E a noi comunisti dei salotti buoni va molto bene così.
Capolavoro? Per chi scrive no, per chi legge e maldigerisce i mattoni inquietosi men che meno, per chi legge e vuole esaltare sottigliezze microscopiche probabilmente sì. Però un viaggio importante nel lato oscuro e carnale dell'Universo, un viaggio che, prima o poi, s'ha da fa.

Morale: 
Chi fa da sé, muore (o si fa molto molto male).

Next Week: 
Inception vs. Prima ti sposo poi ti rovino

This Is It vs. Diary of the Dead

Primo giro, prima accoppiata che funziona sempre: morte e distruzione.
Questa settimana affianchiamo in modo inappropriato il celeberrimerrimo This is it e Death of the Dead. Faremo la conta dei morti alla fine.

Partiamo con This Is It.
La storia la sapete tutti, e sapete tutti come finisce. Ahahahah... dai, fa sempre ridere.
In due parole, il film non è altro che un extra del DVD del tour omonimo, comprato in una realtà alternativa in cui Michael Jackson ha scelto di affidarsi a un medico competente – sopravvivendo. Ci piacerebbe, eh?
Purtroppo la realtà è ben altra: visto che le cose sono andate come sono andate, per recuperare qualcosa dagli investimenti ultramilionari dietro a quello che sembrerebbe effettivamente il concerto più esagerato mai concepito (e forse, proprio per questo, sabotato dalle Potenze Celesti), il divino Kenny Ortega – sì, proprio lui, quello della trilogia di High School Musical, nonchè produttore e regista dello spettacolo insieme al “King of Pop” (di qui in poi, MJ) – prende “armi e ritagli” (letteralmente) e tira su dal materiale già pronto una sommaria ricostruzione del dietro-le-quinte, infilandoci alcune delle sequenze preparate ad hoc per lo show e sfamando (una tantum) quella terribile fame chimica che ti viene quando un artista muore lasciando incompiuto qualcosa (e chi come me ha aspettato sette anni per l’ultimo disco di Johnny Cash ha più resistenza di Pannella).
Perchè a ogni assolo MJ minaccia di scoparsi il/la chitarrista di turno?



Prima della morte di MJ, non mi ero mai reso conto di quanta gente lo adorasse. Personalmente, credo di aver conosciuto UN solo devoto in vita mia - ma ora sembra che siano tantissimi, anche se dal conteggio vanno espunti quelli saliti sul carro (funebre) all’ultimo momento. Io personalmente ero rimasto ai Jackson 5. Eppure c’è stata gente, anche qui in Italia (e non l’avrei mai detto) che s’è spolpata il pancreas, e parecchio: il mondo occidentale ha scoperto all’improvviso di aver perso uno dei suoi plasmatori – o, almeno, io scoprivo che il mondo riconosceva MJ come uno dei suoi plasmatori. E… beh, non sono mai stato un enorme fan di MJ, quindi è comprensibile… ma la cosa mi ha stupefatto assaie. Non dubito del talento canoro-produttivo-danzerecco del Negretto di Diamante, ma che ci fossero al mondo così tante persone disposte a donargli un organo sulla base di canzoni certo ben fatte e straordinariamente orecchiabili… ma non così tanto da renderle oggetto di culto. Mica si parla di, che ne so, Ivan Cattaneo.
Quel mio stupore è tornato a galla mentre guardavo le sequenze d’apertura del film: prima, mentre ballerini e ballerine in procinto di essere provinati giuravano amore e devozione al dio Jackson davanti alla telecamere; poi, mentre MJ in tenuta Gheddafi annunciava al mondo i suoi concerti d'addio, circondato da sbarbati in lacrime. Voglio dire, ormai Amici e X-Factor ci hanno abituato ai melodrammi di ogni cantante o ballerino che elemosina sogni realizzati, ma qui i provinanti sembravano quasi dei miracolati da Padre Pio a cui è finalmente concessa l’ultima chance di toccarne le stimmate. Jeez, c’è sempre Madonna – certo, se sei disposto a spendere diecimila euro in lampade e altri diecimila in passaporti dell’Uganda e a farti adottare da una cinquantenne con gli ormoni irrimediabilmente sballati.
Da qui, parte lo spettacolo, con registrazioni delle prove a vari stadi di realizzazione, previsualizzazioni al computer, testimonianze degli addetti ai lavori, ma soprattutto le sequenze (teoricamente in 3D) girate apposta per lo show, tra cui spicca uno spassoso vilipendio a Casablanca, in cui MJ viene sparato dal fu Humphrey Bogart, sostanzialmente mettendogli prescia nel raggiungerlo nell'Aldilà del Merchandising. Ovviamente, ogni commento su Thriller e sui suoi molteplici collegamenti con la vicenda jacksoniana e il prossimo film recensito vi verranno risparmiati, ma voi ridete come se avessi fatto una battutona.
Prima della fine del film, ci saremo affezionati ai simpatici gigioni che popolano questa pellicola: in primis Kenny Ortega, che prima era per me una specie di sinonimo vivente di Satana, ma poi mi si è rivelato come professionista competente e (fin troppo) premuroso; ma soprattutto il vocal coach e arrangiatore, di cui ora mi sfugge il nome, probabilmente l'unico uomo sulla Terra a cui fosse concesso di prendere per il culo Jackson senza che gli venissero rapiti i figli (per farne poi quello che intuite). Protagonista del film non è però MJ ma il suo L-O-V-E, ripetuto allo sfinimento, quell'ammore bello e quel desiderio di salvezza del mondo che ti fanno ripetere solo luoghi comuni sul mondo, ma ok... almeno il cuore è al giusto posto, come da proverbio.
La cosa davvero odiosa è che ci fanno soltanto annusare il colossale finale dello show, nel quale Michele Figliodigiacomo sarebbe dovuto decollare verticalmente, una roba così straordinaria che Kenny Ortega e MJ ne parlano sgranando gli apparati ottici come se avessero appena inventato una cura all’Aids. E poi manco una sbirciatina. Kenny... sei un grandissimo stronzo. E mi sa che sei pure un po’ buliccio.
MJ gioca agli Affari Suoi.
La cosa che fa più sorridere del finale è il pensiero che MJ, imperniata la morale dello show sull’apocalisse ecologics imminente (cioè, nell’ordine dei minuti, standolo a sentire), avesse imbastito questa megatterica macchina spettacolare senza (a quanto si sappia, almeno) la minima compensazione ambientale - che ne so quattro miliardi di alberi piantati nel Sahara, sboronate simili. Pensate alle immani quantità di energia usate per le prove, i trasporti delle attrezzature, i materiali di scenografie e costumi, senza contare l’imminente trasferimento di tutto il cucuzzaro a Londra, dove era prevista una cinquantina di repliche. Una roba di un impatto ambientale probabilmente pari all’esplosione di una piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico. Ups, è successo…
L’ultima cosa che emerge da questo film è che MJ, nel bene e nel male, mancava di ogni senso del limite. Ogni singola sillaba di ogni singola strofa di ogni singola canzone è associata a un passo o un movimento. Senza. Alcun. Senso. Penso che avesse una coreografia anche per tirarsi giù la zip dei pantaloni in bagno. Urge una ridefinizione di “superfluo”. E forse anche di “coreografia”.
Ma alla fine l’importante è questo, che MJ balli e canti come se non ci fosse un domani. E, ahilui, il domani non c’è stato. 
Nonostante in fin dei conti sia stato molto più che dignitoso – previa digestione delle premesse* – , il film riesce a inabissarsi clamorosamente dopo i titoli di coda, con l’immagine più stomachevolmente ruffiana di ogni tempo. Questa:
Intanto, altrove, qualcuno muore di diabete.
Esistono cartoline di Riccione più sobrie.

* Le premesse:
1. Come detto, questo film nasce con il solo intento di mostrare come sarebbe stato This Is It.
2. Data la premessa 1 e considerato il fatto che di documentario si tratterebbe, questo film può legittimamente fare a meno di una storia.
3. Date le premesse 1 e 2, la vicenda umana di MJ è lasciata quasi del tutto implicita.
4. Date le premesse 1, 2 e 3, alcune sequenze di questo film non avrebbero senso se non come specchietto delle allodole. Ma possiamo sovravvolare.

Proseguiamo con un altro bel film che ci parla di morte e di morte della morte. Sìoreesiori, Diary of the Dead… (trombette).
New Ways To Die (Again)

Allora, innanzi tutto un breve ripasso su George Romero, regista del suddetto. Romero è uno alto due metri, con degli occhiali spessissimi che gli invidio un casino e la faccia da nonno buono. Eppure ha inventato il film di zombie per come lo conosciamo oggi. Era il 1968, e La Notte dei Morti Viventi (quello originale) dimostrava che era possibile inventare dei generi nonostante le tasche bucate. Romero è uno che ai morti viventi tiene parecchio: voglio dire, se su quindici film diretti, cinque sono dedicati a gente che muore, resuscita e ammazza altra gente camminando con quell'andatura un po così – un po' spastica, diciamo -, beh, vuol dire che ci è palesemente affezionato. D'altronde, è un argomento di attualità scottante, come dimostra questo personaggio qui.
"Buonasera dottore..."
Con Diary of the Dead – in italiano (awfully) Le cronache dei morti viventi -, Romero re-inventa la propria formula, shakerandola con l'intuizione che ha fatto il successo di Blair Witch Project o Rec, ovvero la telecamerina a mano che uno si porta appresso e fa tutte le riprese che minghia-mi-caco-in-mano-ma-non-smetto-neanche-se-mi-sdrumano. 
Infatti, Diary segue le vicissitudini di otto studenti di cinema che, venuti a sapere dello scoppio dell'epidemia zombesca, abbandonano in tutta fretta il progettino filmico che stavano realizzando – manco a farlo apposta, un film sugli zombie – per darsela a gambe e tornare a casa. Ebbene, il regista del progettino decide che la cosa è assolutamente da documentare in tutto e per tutto, perché in fin dei conti “è storia”, “potrebbe salvare delle vite umane” e cazzate varie (ed eccolo, armato di portatile, il giovane cineasta che continua ossessivamente a caricare il girato su Internet appena gli capita a tiro una presa elettrica). La cosa è digerita a fatica dai compagni di viaggio, che però alla fine un po' si fanno cazzi loro.
"....eeeeTAGLIA!"

Ed è proprio qui che il Giorgione, che è uno che ne sa anche troppe, usa l'elemento telecamerina per portare ancora più il là il discorso sociologico sugli zombie: la cultura e la società occidentali sono talmente pervase dalle immagini che ne siamo diventati sudditi. La televisione filtra la nostra percezione del vero, ma soprattutto amplifica il nostro istinto primordiale e inspiegabile di testimoniare a ogni possibile nefandezza  - a partire dall'incidente in autostrada fino a Cogne, -, dall'altra a volerci rendere immortali attraverso il potere dell'immagine stessa (sì, proprio il Complesso dela Mummia di Bazin. E tutti giù a ridere). Il "produttore" di immagini, chi tiene in mano la telecamera, diventa quindi esattamente come uno zombie, un perpetuatore di un circolo vizioso. E nel film non si sta neanche a sottolizzare più di tanto sulla questione, e qui vi rimando ai dialoghi (non eccellenti) che pungono la faccenda nel vivo e forniscono qualche spunto di riflessione.
Certo, a noi intellettuali comunisti il fatto che certi temi che facciamo noi nei nostri salotti comunisti vengano spiattellati al popolino così già mezze digerite ci fa girare i cabasisi... no, dai scherzo, per essere un film d'intratteniment tutto questo sottotesto è davvero grasso che stracola. Applausi al Romero, che ci infila sempre cosette mica da ridere nei suoi film, che magari il tredicenne brufoloso che li vede per adrenalinizzarsi con due schizzetti di sangue esce con mezzo neurone che gira. Poi quando vedi le cervella spiattellate alla julienne, è sempre il momento di urlare, come fa mia mamma quando le cade qualcosa, “Mannaggia alla morte puttana!”.
Ok, ora possiamo chiudere.

Morale: Chi muore si rivede.

Next week
Da Zero a Dieci vs. Anti-Christ
(ovvero C'è grossa Crisi)