buzzoole code
Visualizzazione post con etichetta crescere. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta crescere. Mostra tutti i post

Effetto Memoria: Fright Night vs. A bout de souffle vs. Super 8

Sorvoliamo, gente, sorvoliamo.
ATTENSIONE SPOILERSS rosso ambrato.
Sono tre film, siete avvertiti.

Il primo film di oggi parla di vampiri, belle sorchette e ragazzetti che rinnegano tutto pur di averne una fetta. Di sorca. Signori e signore, stiamo parlando di Fright Night.

Per la prima volta in questo blog, a memoria d'uomo e non contando quel paio di volte in cui s'è parlato di Ligabue, siamo davanti a un- udite, udite -  remake.
Ma c'è un grosso 'ma' (ergo un MA). Io l'originale non l'ho visto. Quindi non sto neanche a disturbarmi a guardarlo, o a guardare altri film del regista del suddetto, Craig Gillespie. Vi parlo del (qui) presente.

Il buon Charlie Brewster (d'ora in poi C. Bbbiuste, o solo Bbiuste) vive una vita ai limiti della perfezione. Va al college, abita in una casetta borghesuccia in una cittadina vicino a Las Vegas, sta con una che annullerebbe con lo sguardo qualsiasi vasectomia (Imogen "boom http://www.imdb.com/name/nm1782299/" Poots), per quanto irreversibile sia. Tutto questo, attenzione, perchè ha rinnegato i suoi ex-amici nerd. Che - attenzione - cominciano a sparire uno dopo l'altro grazie al vicino di casa del nostro Bbiuste. Che, attenzione - spoiler alert - è un vampiraccio. Che - wasabi - è Colin Farrell.
Da lì in poi è tutta campagna.

This is not a Charlie Bbiuste.
Questo film ha tutti i difetti di partenza del mondo. È praticamente un pregiudizio in formato 35 mm.
  • È un remake. E i remake lo sappiamo cosa ci causano ai testicoli.
  • È in 3D. E i film in 3D, porca troia.
  • Ci sono i vampiri. Che, di per se, non è un problema - anzi. Però ultimamente è davvero uno smaronamento, un'ostentazione, un "parlarne a caso che pare bello" e invece non lo è.

Dati i dati, uno entra anche al cinema col legittimo sospetto di trovarsi davanti a una secchiata di cacca. E vi confesso che lo sospettavo talmente tanto, ma talmente tanto, che io in sala ci sono entrato solo perchè in questo fottutissimo c'è David Tennant - l'ho già detto? 
No. 
Bene. 
David Tennant è probabilmente il miglior giovane attore inglese. È uno che una sera ti fa Shakespeare, la mattina dopo lo stilista busone in una serie TV, quella dopo ancora il padre di famiglia vedovo, quella dopo ancora il viaggiatore nel tempo eccentrico e con due cuori. Sì, lo sapete di chi parlo. Del laburista.

CUT TO:
Il suddetto esce dal cinema. Sorridendo.

Proprio così. Contro ogni probabilità. E a me piacevano tantissimo quelle probabilità.
Fright Night è divertente perchè è inconsistente (inconsistente film de paura, non inconsistente Ezio Greggio) e i film di vampiri seriosi se li mangia - o, se preferite, se li succhia. Si parla di un film molto teen, con una sceneggiatura che tutto sommato fila e sfacciatamente pretestuosa, attori simpatici (Yeltzin col suo bel faccino, la Imogen che wow-non-vedo-l'ora-di-vederla-nelle-commediole, Christopher Mintz-Plasse nerd e contento as usual). Poi c'è, Farrell - ok, bello come il peccato ma non fa quasi un cazzo - cioè, fa il cattivo ma è facile fare i cattivi, specie se hai la faccia di CF.

Da man.

Ma la morale di Fright Night è che un altro cinema è possibile. Un cinema in cui posso sentirmi lobotomizzato ma non preso completamente per il culo. Un cinema d'intrattenimento in sincrono con i tempi, ma non altrettanto degenere.
E vai con la morale.


Super 8 lo sanno tutti. Troppo facile. Riassuntone a pallettoni:

  • È il nuovo film dello Spielberg degli anni 70/80.
  • È il nuovo film di Jota Jota Abrams.
  • È un film proprio buonissimo. Buono lasagne, per intenderci.
  • C'è Elle Fanning. È un po' meno classicamente bella della sorella, ma compensa in bravura e ti ruba l'anima. Anche il ragazzetto è bravo.
  • Parla di un gruppo di ragazzetti (Goonies) col sogno del cinema (JJ Abrams), capitanati da un ragazzetto che lotta per crescere ( JJ Abrams). Arriva l'alieno misterioso che fa succedere le cose misteriose (Incontri ravvicinati del terzo tipo + JJ Abrams), e che vuole tornare a casa nonostante il governo bastardo (E.T.). Se ne parla anche come di Cloverfield simpatico. More on that later.
  • Questa somma mi rivela che la somma Abrams + Spielberg è più equilibrata di quanto pensassi. Soprattutto considerato che...
  • La postilla del film è la stessa di Lost: Remember and let go.
  • L'unico grande difetto del film, tranne alcuni passaggi di sceneggiatura un po' deboli ma che si risolvono da soli senza neanche troppi "indovinamenti paranormali", è l'alieno del film: è quello di Cloverfield piccolo, quindi è brutto, nel senso che esteticamente funziona poco e non ha segni distintivi. E poi sfido qualunque essere dell'universo a voler stabilire un contatto empatico con lui.
  • La cosa che rende più spielberghiano e meno ambramsitico il tutto è la rivelazione che forse non è solo la “mistery box” il quid dell'occhialuto regista ammerigano - giusto, avete ragione... di Abrams.
  • C'è il bambino di Settimo Cielo. Quello che per un po' aveva la voce di Bart Simpson.

Alla fine di questi film c'è sempre qualcuno con la retina bruciata.


[Attenzione, segue pippotto]
Il paradosso fondamentale del film è che, per una storia in cui “si ricorda e si lascia andare”, si ricorda molto e si lascia andare poco. Come già fatto notare altrove, Super 8 è un'operazione metacinematografica di riciclaggio simile a quelle di Tarantino, dove il punto di riferimento sono le pellicole del padrino stesso del tutto (Spielberg, of course). Cosa che, apparentemente, trucca le carte del gioco, venderebbe l'anima del regista al “diavolo” del 'vecchio' mainstream, ma non alza la posta (semprequi).
All too easy. Perché 
a) Lo Spielberg anni 80 è un modello neutro, non "nobilitabile" da un punto di vista 'politico-estetico', al contrario dei generi solitamente affrontati da QT. Insomma, non c'è peccatore perchè non c'è il peccato. È la forma più sana di entertainment, e manca del potenziale problematico di altri generi più consolidati, dove la storia è al servizio del genere e delle sue regole, anche quando le rompe (western, horror, poliziesco, storico per certi versi, etc. - i generi classicamente ricliclati da QT). Qui è il/i genere/i al servizio della storia, e il nuovo genere derivante è un Frankenstein (come tutti i generi, leggete questo) geneticamente hollywoodiano. Cosa che ci porta al punto b.
b) Resuscitare l'entertainment vecchio stampo è, di per sé, un cavallo di Troia micidiale. È cinema d'intrattenimento, e ok; è un “remake senza originale”, e ok; ma è la rivendicazione (esattamente come in Tarantino) di un cinema diverso, più autenticamente a misura d'uomo – non di target. Questo film è difficilmente smerciabile a teen e pre-teen, ma è su misura per due audience: un audience in odore di investire su una storia altamente emotiva, carica di sense of wonder e quant'altro, e/o un audience consapevole (e forse amante) che esiste un modello. 
c) Sulla nostalgia ci ritorno quando avrò letto Retromania di Reynolds. Perché non ho esattamente un'opinione precisa a riguardo. Per ora mi piace, ma mi spaventa.

"Ma sul giornale non c'era scritto niente..."

Extra: la parentela con Cloverfield, ovvio, c'è. Ma è altrettanto palese che i due film partono da zone opposte del mondo per arrivare all'incirca nello stesso quartiere: CF un monster-movie, il mostro è al centro della questione, possiamo menarcela quanto vogliamo ma il focus è il mostro (e infatti Abrams l'ha lasciato a un altro da diriggere) - è tutto un altro modo (sense of mistery) di dire la stessa cosa (il monster-movie); l'altro è il consueto character study abramsiano con un po' di intreccio, declinato al verbo Spielberg (Cento-cento-cento), e, in fin dei conti, è dire lo stesso modo (sense of mistery) per dire un'altra cosa (il film d'intrattenimento spielberghiano). E siamo nelle vicinanze, ma non sono esattamente sovrapponibili. Comunque poi vi faccio lo schema.
Chi vincerà? Per ora, vince Cloverfield 3 a 0 (Mission Impossible 3, Star Trek 1 e 2). Perchè JJ Abrams, lui senza nascondersi dietro qualcosa, alla fine non s'è ancora visto.
[Fine pippotto]

A bout de souffle, e cercheremo a questo punto di essere bravi e brevi, è il massimo compimento dell'effetto nostalgia. Tanto per fugare il dubbio da sospetti di elitarismo sinistrorso, questo classico del cinema ha un’approvazione del 95% su Rotten Tomatoes.


Più malandrino che puoi.


La storia: il protagonista è Michel, un teppistello maledetto francese che fa le mossette alla Humphrey Bogart. Il nostro ruba una macchina a Marsiglia, spara al poliziotto e giunge a Parigi, dove ad attenderlo ci sono due donzelle. La seconda, Patricia, interpretata dalla impossibilmente bella Jean Seberge, è quellla che gli ha rubato il cuore e di cui vuole definitivamente, a sua volta, rapire l’esistenza. Siamo davanti alla classica dinamica Cavaliere dall’aspetto rude vs Fille ambigua intellettual-liberal-sognatrice: lei crede alle sue promesse; lui, bugiardissimo e misterioso lui, verrà segato dalla polizia per un equivoco piuttosto evitabile - ma non dimentichiamo che è stata proprio la Patricietta a chiamare la polizia per lui.

Lo sapete tutti (vero?) che Godard fa parte della Nouvelle Vague, che la Nouvelle Vague erano tipo dei nerdacci di film (come Spielberg, Lucas e Abrams, però più artistoidi), francesi, che volevano fare il cinema nuovo e far rivalutare al mondo il cinema come arte, e soprattutto i loro filmacci preferiti (tipo, Hitchcock) e tanto altro. È come se io domani mi alzassi e pretendessi che
Ad ogni modo, Godard di questa nuova ondata avrebbe fatto la fine di Alan Moore, o Claudia Koll in mancanza di esempi calzanti.

Espressione dei miei prof di cinema quando leggeranno la mia sintesi della Nouvelle Vague.


Comunque.
A bout de souffle è sostanzialmente un noir girato alla buona. Ed è questo che lo rende divertente. Soltanto che sembra girato alla buona (e per certi versi lo è), ma c'è quell'incoscienza cosciente che è tipica degli sperimentatori. A tratti sembra quasi che la finezza stilistica che l'avrebbe reso famoso sia solo casuale, specie se si pensa a quanto casualmente sia nato il jump cut (il film era troppo lungo, e andava tagliato), e  con quanta sicumera si fanno saltare tutti i codici linguistici del cinema fino ad allora conosciuto e praticato (ma qui, la cosa è sicuramente più ponderata).
La nostalgia tutta culturale (e nerdica) qui costituisce il seme della rivoluzione, la risposta a un mondo che cambia (è il 1960, c'è il gaullismo in Francia) ma non abbastanza, non nella direzione più luminosa. Il fuorilegge va generato, amato – poi braccato e ucciso. Perchè così deve essere, se il cambiamento duraturo ha da venire.

"... poi chiudo il browser. Sta recensione fa schifo".


Insomma, potremmo anche non arrivare da nessuna parte con questo post. E sarebbe identico. Dimostreremmo ancora una volta che il cinema, come l'arte tutta, è fatta di ricorsi, cicli, ritorni sempre diversi - ed è interessante se si pensa la reincarnazione non fa parte della nostra cultura, e che di conseguenza siamo così tanto abituati a pensare in termini di "copia", "plagio", "citazione", "mashup".
La domanda che mi pongo: il riuso è uguale al riciclo? Riciclo=crisi creativa? Crisi creativa=what? Dove va il cinema, la cultura popolare, se da un lato genera intrattenimento Transfomers (presto su questi schermi) e dall'altro cerca di rigenerarsi ogni semestre riproponendo il passato con nuove vesti?
A voi, più in basso e se gradite, l'ardua sentenza.


Morale: 
"Mi ricordo che ho un ricordo. Spero che non me lo scordo" (cit.)



Habemus Papam vs. Parto col Folle

Un applauso a voi per essere ancora qui, cari lettori/trici e agli 8 frequentatori di CapComuni che si sono misteriosamente trovati qui per ragioni a noi ignote.

Si torna al presente, ma soprattutto si torna definitivamente - o, almeno, per un lungo mentre - alla formula classica di questo blogghettino: affiancare due film assolutamente non-apparentabili in una recensione attendendo la reazione chimica.
Questa semana: Habemus Papam, l'ultima fatica del nostro leggendario Nanni Moretti nazionale, e Due Date (nei nostri lidi Parto col folle, adattamento triste ma quantomeno spiritoso), parentesi rosa tra due Hangover (aka Notte da Leoni) del regista americano Todd Philips - uno di quelli bravi con le commedie.

Di Habemus Papam non mi è facilissimo parlare. Ancor meno nei termini cazzoni a cui vi ho abituato.

Trama in due righe: il neo-papa, al momento della proclamazione, ha una crisi e scappa. Lo psicanalista chiamato a risolvere la situazione è costretto a rimanere a badare ai vegliardi del conclave, e in fin dei conti a ricevere anche lui una bella lezione d'umiltà.

Nuntio Vobis Gaudium Aaaargh!

Habemus Papam è un'apologia dell'umiltà. E non è la solita umiltà, quella dei vincitori, è quella dolorosa dei perdenti, quella lacerante dei responsabili (scritto minuscolo, pensando ai maiuscoli - ezzacchete) della presa d'atto che "no", a quel punto non ci si può arrivare e basta. Che possiamo sbagliare irreparabilmente, ma a volte abbiamo la possibilità di rifiutarci di sbagliare. E scegliere.
Sarà ozioso sottolinearlo, ma, un po' ricicciando sempre la frase di Frank Zappa che le canzoni d'amore creano false aspettative sulla vita ecc... beh sì, è vero anche per i film - soprattutto per i film. L'etica  del "niente è impossibile", dell'audicia nonostante tutto, delle fondamenta del Sogno Ammerigano nsomma - quella che ci viene anche abbastanza giustamente propinata da Walt Disney in su (sulla curva demografica) - va dosata in base a quello che siamo, non in base a quello che vogliamo. E la felice di grandezza questo film sta proprio nel saper vedere l'inevitabilità del momento di illuminazione, in cui ci si accorge del prossimo, di dove finiamo e dove iniziano gli altri. Del dover stare a bordo campo con il pallone in mano, perchè gli altri stanno facendo e sanno fare.

Qualcuno ha detto"matrimonio a pezzi"? "Kitsch"? "Cheap"?
Habemus Papam vede il ritorno di Nanni (del Nanni-Apicella, diciamo così) prepotente anche davanti alla macchina da presa. Ed è il teatro parecchi morettismi che rimarranno negli annali e che non vi spoilero anche se li saprete già.
Non è comunque un film quadratissimo: lo psicanalista interpretato da Moretti è un personaggio che calamita un po' troppo l'attenzione nel cuore del film, a discapito di un Michel Piccoli bravissimo (anche se in un paio di scene l'occhio vitreo faceva intuire un "checazzocifaccioqui?") ,ma che avrebbe comunque meritato (lui e il suo personaggio, intendiamo) un poco di screen-time in più (magari tagliando sul finale un po' equosolidale dell'altrimenti poetica sequenza sulle note di Todo Cambia di Mercedes Sosa). Poi c'è Margherita Buy, che va beh, potevamo anche lasciarla a casa a sto giro, a Nà. E poi, la domanda fondamentale: se il Papa è francese, e la sorella è francese, come fa a sapere a memoria Checov in italiano?

Ora, dopo essere riuscito a parlare di Habemus Papam senza dire neanche una volta la parola Chiesa - cosa che mi rende molto più figo di molti recensori pagati-, passiamo a Due Date, film successivamente noto come Parto col Folle, un film che minghia invece no.

Al centro del film l'architetto educato e very milanese Peter Highman (Robert Downey Jr senza pizzetto), che deve tornare a casa dalla moglie in tempo per il parto; nel viaggio, ha la sventura di incontrare il sudicio e imbarazzante Ethan Tremblay (Zach Galifianakis - cazzo cambia cognome - con la permanente), attore in erba ai limiti della macchietta.

Non volete sapere cosa sta combinando questo cagnolino.
 

Due Date parla sempre di epifanie inevitabili, sulla propria esistenza e su quella della propria nazione: sostanzialmente è il classico road movie con la strana coppia unita dalle circostanze, ma c'è qualche sfumatura sociologica interessante - per quanto, e ci mancherebbe altro, finalizzata alla situazione comica e di empatizzazione con i personaggi. Come amalgamare le due Americhe, quella alto-borghese e sofisticata, con quella campagnola e "bifolca" - certo, nessuno dei due è tipicamente stereotipato, ma tant'è? Col cuore, come ogni mediazione cinematografica si rispetti da Griffith ad oggi.

Mise en abime (se vedete il film, la capite meglio)

Phillips rulleggia ancora (e ci infila sempre , Downey non si sforza e nemmeno Galifiaffanculo, tanto che mi sembra che sia stato esplicitamente indicato a entrambi di fare il meno possibile. Nemmeno le faccette. E infatti il film, per quanto ben realizzato, non fa ridere (baaaasta battute sulla masturbazione, baaaaaasta dire vagina ogni due minuti!) - anzi, fa ridere il minimo, fa riflettere altrettanto fa emozionare ancor meno. Funziona certo, ma con attori di questo calibro e il regista dietro al film comico hollywoodiano meglio venuto degli ultimi, che ne so, alcuni anni, dai... Sì, certo è il classico esempio di prendi tre fenomeni e paghi uno: il problema è che la cosa pesa.


Morale:
Non importa quanto sei figo, non importa quanto sei sfigato:
arriva un punto nella vita in cui realizzi che sei un verme.
E Nanni Moretti non ti può aiutare.

Coming Soon:
?

Speciale Fimmine: Il primo cavaliere vs. Scott Pilgrim vs. The World

In questo blog, c'è un forte affetto per il mondo femminile, che, ok, ci fa penare sempre come dei cristi, ma alla fine ci si vuole sempre bene. Tanto da farsi una pedalatona di chilometri nella nebbia pavese e nelle risaie per andare alla manifestazione "Se non ora, quando?". Molto bello, soprattutto se a Pavia la polizia permette solo di fare un corteo circoscritto a PiazzaVittoria. Bravi.
Ebbene, DF torna temporaneamente al formato classico per parlare di due film di completa sottomissione del masculo al genere femminile: Il Primo Cavaliere e Scott Pilgrim vs. The World. Oddio, sottomissione è una parola un po' fortina. Diciamo che in un film da una donna pendono le sorti di un regno, dall'altro la vita di un povero sfigatello.
Iniziamo col primo. Cavaliere.
La defenestrazione di Ginevra.


La storia si riassume così: Re Artù viene cornificato da Ginevra, che nicchia nicchia e poi si stralimona il Lancillotto (di Lancillotto).

Hard Lemon (Came-a-lot)
Andiamo direttamente al sodo. Il Primo Cavaliere è un film con un solo, maestoso pregio. È montato da Dio, ha un ritmo tale che quasi sembra un film bello. Ehi, ma guarda chi c'è nei titoli: Walter Murch, tipo la semidivinità del montaggio hollywoodiano contemporaneo. Walter Murch sarebbe in grado di rendere quasi sensato anche, che ne so, Svitati on the road.
Peccato che poi rifletti su ciò che hai appena visto, e, anche condonando l'eccesso di idealismo alle essenze di frutta e la melensitudine da ernia iatale di cui è intriso, capisci che hai visto una grandissima puttanata. Un film hollywoodiano come questo, quando è ponderato e scritto decentemente, si struttura attorno al percorso di un personaggio principale, elemento fondamentale sul quale si innestano varie trame e sottotrame, comunque funzionali alla storyline principale. Più raramente, succede che i personaggi centrali siano più d'uno, e le loro vicende si sviluppino parallelamente o si intreccino addirittura.
Ne Il Primo Cavaliere, il focus passa da un personaggio all'altro, senza alcun sviluppo o giustificazione, creando una successione compartimenti stagni legate da un'esile filo narrativo. Il film inizia su Lancillotto, continua su Ginevra, alla fine sembra essere sul tormentato Artù, per poi sterzare fortunosamente sulla coppia Lancillotto-Ginevra.
Non solo: la storia d'amore tra Ginevra e Artù è il solo fil rouge che porta avanti il film, ed è puramente pretestuosa: non ha basi concrete, Lancillotto è monoliticamente convinto da inizio a fine film che Ginevra si concederà; Ginevra - l'unico personaggio con un minimo di attrattiva e spessore - non ha un momento di reale esitazione, passa improvvisamente da un partito all'altro e ritorno, senza che ci si soffermi minimanente sulla sua (eventuale) indecisione, e questo distrugge la credibilità della storia d'amore. E, visto che questo film su questo si basa, significa che il film ha fondamentalmente fallito. Ma i suoi soldini  se li è portati a casa lo stesso.
Ma la reggina non è l'unico personaggio dipinto a cazzuolate le origini di Lancillotto paiono improvvisate solo per giustificare una scena . E, al contrario della brava-in-quanto-modulata Julia Ormond, qui il buon Richard Gere non fa altro che lo sborone con la spada, le tagliole e le nuotate. E ogni tanto chiagne. Chiagne e fotte. Bravo.
Infine, c'è Artù il soprammobile: qui Sean Connery interpreta l'incarnazione di un ideale (Camelot) talmente astratto e vago da essere inafferrabile. Questa incertezza etico-morale, a cui i valorosi cavalieri dovrebbero ispirarsi, fa l'occhiolino con una contemporaneità buona perchè democratica e tollerante, stabilendo un fil rouge sovrastorico un po' strano. Sei anni dopo, questo.

Sean CoRnery.

Insomma, questo film è stato scritto, riscritto, ritagliato e rincollato così tante volte da dare le vertigini anche a Bossi, quanto a coerenza.
Ora, non sfugge neanche a me l'ironia della situazione: hai parlato di Se non ora quando, il film merdoso della situazione è Il primo Cavaliere. Eccetera. Ma vedete, che voi c'avete solo quello in testa (That's what she said).
Passiamo ad altro.
 


Scott Pilgrim vs The World è un fi esattamente il contrario de Il primo cavaliere.
SP che sprizza genuinità e cuore grazie alla sua implacabile iperbolicità (ammappate che paroloni): la storia di un normale boy meets girl diventa uno pseudo-videogame lisergico avvinghiato con la punta delle unghie alla realtà. Lacerandola. Scopo ultimo del nostro eroe è conquistare una lei inafferrabile, ma soprattutto ri-conquistare se stesso.

Al terzo minuto, già si capisce che qualcosa non va...

Scott Pilgrim è un ragazzo come tanti altri, nerd quanto basta e bassista (hiyay!) di una garage band,  i Sex Bob-omb. Un bel giorno, conosce la ragazza dei suoi sogni (letteralmente), Ramona Flowers. E per stare con lei, deve affrontare i di lei Sette Malvagi Ex, uno più strambo e potente dell'altro. Ma per amore, si porge l'altra guancia (e se uno porge l'altra guancia, vuol dire che non si è colpito abbastanza forte - cit.)
Come ti capisco, Scottie...
Edgar Wright, il regista di questa perlona tratta da un fumettone Bryan Lee O'Malley (beccatevi che faccia da schiaffi che c'ha), è un fumatissimo regista inglese che ha firmato il rivoluzionario (anche se tutto sommato non ridancianamente spancevole - almeno per me) Shaun of the Dead e l'action movie coi ciccioni definitivo, ovvero Hot Fuzz. Recuperateveli, siuri.
Ebbene, una volta accettato l'arduo compito di adattare uno dei "manga" più  orgogliosamente nerd ever per il grande schermo, Wright ha distrutto la scatolina con scritto "Attenzione, distruttore di inibizioni cinematografiche" e ha lasciato che il film crescesse da solo, con invenzioni visive talmente inventive che forse sarebbe il caso di ridefinire la parola "pop". In tutte le lingue ed accezioni. Per farvi un esempio di quanto sia perfettamente inutile parlare di questo film a parole, eccovi i soli titoli di testa.


Una delle tante cose che rendono questo film propedeutico all'evoluzione della specie umana.
Qualcuno si è lamentato che questo Scott non avesse il fattore di "in-credibilità" dei film precedenti di Wright, semplicemente perchè al posto della montagna di simpatia nota al mondo come Nick Frost, c'è la Graziella del cinema contemporaneo, il nerd-per-tutte-le-stagioni Michael Cera. Il discorso era che, se la fisicità propromente del Nick giustificava l'improbabilità dei suoi stunt hollywoodiani post-moderni, non succedeva altrettanto con il povero Michael, la cui fisicità esile non era altrettanto ridicola. Ma perchè? Caro il mio collega recensore, perchè? è che sto lavoro incancrenisce il cuore, ecco che c'è. Ogni tanto vi fan bene un po' di Muppets, che rinfrescano l'anima.
Il valore aggiunto di questo capolavoro, e non esito a chiamarlo così perchè giocare a ping pong con l'apparato visivo del pubblico non son capaci mica tutti, sono i personaggi, in perfetto equilibrio tra tipo e personaggio a tutto tondo, con la fantastica Mary Elizabeth Winstead, che, oltre ad essere uno squinzione paciarotto, impersona una Ramona Flowers stronzissima, ma gradualmente paciosamente umana. Insomma, come piace a noi sfigatoni d'altri tempi.
Con questo è tutto, alla prossima volta, fratelli... di nuovo con un Prospettiva Miyazaki...


La morale di questa storia:
Cavaliere con più dame... bunga bunga all'ospedale.

Next Week (per davvero):
Prospettiva Miyazaki #7 - La principessa Mononoke


Prospettiva Miyazaki #5 - Kiki, Consegne a Domicilio

Piaciuta la parentesi musicale? Nooo?! Impuniti...!
Allora, dopo la parentesina torniamo alla nostra Prospettiva Miyazaki... Non si sa mai che poi l'Hayao si offende. Questa volta, tocca al film del 1989 Kiki, Consegne a domicilio.
E se non vi piace, v'arriva una scarica di mazzate. A domicilio.

Embé?
Kiki è una futura streghetta, sempre affincata dal gatto Gigi: com'è tradizione, a tredici anni deve trascorrere lontano da casa il suo anno di noviziato, possibilmente in una città senza altre streghe. La nostra carissima si stabilisce a Koriko, una cittadina suggestiva dove, grazie alla gentilezza di una panettiera locale, sfrutterà le sue capacità di volo (su scopa) per mettere in piedi una piccola impresa di consegne a domicilio.

Ho un sentore di 1982...


Scontento dalla sceneggiature precedenti e troppo impegnato su Totoro per occuparsene direttamente, Miyazaki si prende la responsabilità di questo adattamento del libro omonimo di Eiko Kadono (e stai un po' attento...) solo nel 1988 e lo porta al livello di opera d'arte, soprattutto grazie ai vaghi riferimenti all'urbanistica svedese e al contesto post-fiabesco (tutto questo parlare di streghe andate, di grandi eroi del volo, di dirigibili...). Ma il punto di forza è proprio il percorso di crescita sempre più doloroso (nei limiti di un film per ragazzi), sviluppato da HM indipendente dal libro originale, che le fonti internettistiche mi dicono essere assai più episodico.

Oh, the humanity...
Il Miyazakone colpisce ancora, in una versione streghesca dei suoi tipici ingredienti: ragazzine decise, sbarazzine e volanti, animali parlanti (solo con la suddetta), magia, senso del fantastico e fiducia tra gli umani tutti. Qui si continua sul filone Totoriano, azzerando l'elemento conflittuale dalla storia, che si sviluppa interamente attorno alle varie facce della vita che la ragazzina deve conoscere ed affrontare - amore e delusione inclusi. Finalmente un film sul crescere onesto e responsabilizzante, dico io - non il "fai il cazzo che vuoi che la gente more lo stessso" di film come, che ne so, boh. Tutto ciò non ha impedito alle associazioni cattoliche americane di tentare di boicottare il film per eccesso di stregoneria.

... ecco, per l'appunto...

Diciamoci la verità, ormai uno si annoia e basta a parlarne bene di questi film. Sono tutti bellissimi, come fai?
Maledetto Hayao, maledetto.


Next Week:
Prospettiva Miyazaki #6: Porco Rosso!

Prospettiva Miyazaki #4 - Il mio vicino Totoro

Pant-pant-pant... che fatiguera la vita, ragazzi! Non riesco a starci dietro a sti post miyazakiani. E un po' mi manca il vecchio Double Feature, quello cazzonissimo dei primi tempi... ma tornerà, cari amici spettatori, tornerà, come è tornato Mike.
La prospettiva procede, visto che è sua prerogativa naturale quella di prospicedere... quest'oggi tocca a Il mio vicino Totoro 

È il 1988, un anno drammatico per la storia dell'umanità. Viene approvata la Legge Mammì, Achille Occhetto diventa segretario del Pci, George Bush Sr viene eletto presidente degli Usa. A salvare l'anno solo questo. Ah, e Il mio vicino Totoro. Hayao Miyazaki sforna un film più leggero e di pura evasione, un omaggio alla sua stessa infanzia e - anvedi sto incorreggibile cicciobello - all'infanzia del genere umano. E, nel processo, vien fuori quello che probabilmente il film più importante dello Studio Ghibli.
Vi presento Satzuki (a sinistra) e Mei (a destra). No, non sono di Faenza.
Il film parla fondamentalmente di un sogno ad occhi aperti: le sorelle Satzuki e Mei si trasferiscono col padre nella campagna giapponese - nel satoyama, stando al WikiWiki. Dapprima, le simpatiche bimbette notano che il vecchio casolare in cui si trasferiscono è infestato da misteriosi riccetti neri che spariscono misteriosamente; poi la più piccola, Mei, seguendo uno strambo animaletto s'imbatte nella tana del gigantesco e affettuosissimo Totoro! È l'inizio di un'avventura oltre ogni loro immaginazione...
Diamine, dovrei scrivere i riassuntini delle guide TV...
Con il Totoro, Miyazaki dimostra che un altro storytelling è possibile: uno in cui a mettere in moto una storia non sia il conflitto (in senso lato, latissimo), ma la curiosità. Come nella vita di ognuno, come nella nostra inarrestabile commedia umana, in Totoro ci sono tutti gli ingredienti: più saporiti  allegria, malinconia (a proposito, qui, per la prima volta, abbiamo una famiglia completa -  o quasi, la madre è malata e si vede in pochissime scene, e la cosa è molto autobiografica, visto che la mamma di H&M era malatissima di tisi spinale), avventura, scoperta, catalizzate da un calore umano che, come un autotreno (no-prize per chi coglie la citazione...), permea ogni fotogramma della pellicola. Un'esperienza emotivamente rigenerante per grandi e bambini, e al solo prezzo del biglietto del cinema. O forse neanche quello.

Totorain
Una fetta molto importante di quello che avete visto o vedrete in questo film è responsabilità dell'art director Kazuo Oga, che, oltre ad aver plasmato in punta di grafite lo stupendissimo Totoro - infilato di corsa nel logo dello Studio Ghibli -, ha un po' imposto il taglio estetico del film e la sua vivida e calorosa 'campagnolità' scintoista. Ma è appunto proprio Totoro ad aver folgorato l'immaginario dei bimbi giapponesi: per loro, è un po' come il Gabibbo da noi vent'anni fa. Solo molto meglio.
In sintesi, Totoro è un film che ti viene da consigliarlo a tutti perchè ti scalda il cuore, è commovente e scioglie anche i pezzi di marmo senza far succedere tragedie spaccacuore, e dove tutto è possibile, a patto che si abbracci il fantastico. E quasi quasi ti viene voglia di fare un figlio per vederlo con lui.
Ah, e poi c'è pure un seguito (Mei and the Kittenbus), ma dovete andare in Giappone al Ghibli Museum a vederlo.

Non dire gatto se non c'hai il bigliatto.
Totoro ha fatto esplodere Miyazaki all'estero - che non è esattamente una bella immagine, soprattutto considerati i precedenti di Pearl Harbor. Lui, dopo la brutta esperienza di Nausicaa, amputato e detrupato tipo Renato Balestra dall'adattamento americano, impone che non si cambi una virgola del suo film. la Totoro mania dilaga, e allatta una generazione intera di narratori per immagini...

Guarda chi ti appare... a sinistra!

Sempre più prossimamente:
Arrivederci, Mostro! vs. Chocabeck

Next week:
Prospettiva Miyazaki 5: Kiki, Consegne a Domicilio!

Prospettiva Miyazaki #3 - Laputa, Castello nel Cielo

animaVi sono mancato, eh...?


Ok, andiamo avanti!
Bentornati su DoubleFeature, ma soprattutto alla nostra sudatissima Prospettiva Miyazaki. Oggi ci occupiamo di un film che credo sia stato pesantemente adattato nella versione spagnola, ovvero Laputa - Castello nel cielo, conosciuto anche come Castle in the Sky. Questa arriva dopo...
Laputa (1986, e segnatevi la data, perchè è tipo Anno Domini) è il primo film che Miyazaki realizza sotto lo Studio Ghibli, nato nel 1985 da quelle menti ingegneristiche dello stesso HM, del collega Isao Takahata - un omino tanto simpatico che sembra Gianni Morandi, ma con gli occhi chiusi. E giapponese -  e del produttore Toshio Suzuki. Attorno allo Studio Ghibli c'è una fama quasi leggendaria - e, d'altronde, vedendo i risultati, la cosa è ampiamente giustificata.
Ma veniamo al film.


Fuggita fortunosamente da un tentativo di rapimento da parte di un gruppo di pirati, la giovane Sheeta scampa da morte certa grazie a una misteriosa pietra  - chiamata gravipietra - ereditata dalla madre. Il giovane minatore Pazu si prende subito cura di lei, ma ben presto si trova nel mezzo di una doppia fuga, sia dai pirati che dal malvagio Muska, esponente del governo e liaison con l'esercito, che vuole impossessarsi della pietra.
Scoperto l'immenso potere della pietra e il suo retaggio millenario, Sheeta viene però rapita da Muska, che si impossessa del talismano: salvata all'ultimo minuto da Pazu, unitosi alla sgangerata banda di pirati di cui sopra, guidata da Mamma Dola, si mette alla ricerca della leggendaria isola volante di Laputa, ultimo avamposto di un'antichissima civiltà. Ma il misterioso Muska li tallona...

Fanciulle Volanti Non Ancora) Identificate....
Laputa è senz'altro un film di molto più riuscito di Nausicaa. Ed è tutto dire. Come abbiamo avuto modo di disaminare settimana scorsa, Nausicaa nasce come sintesi di un manga in pubblicazione, e soprattutto si trattava del primo film la cui responsabilità artistica era interamente di Miyazaki. Un primo passo un po' pesante, ecco.
Laputa si fa forte di questa imprescindibile "prima" esperienza, però facendo un passo ulteriore verso la compiutezza, sia per quanto riguarda la sceneggiatura - più compiuta e focalizzata -, sia per quanto riguarda l'imagerie, che aggiunge al consueto mix di sense of wonder e umorismo la deliziosità del trance de vie. Quando la somma è maggiore degli addendi insomma. (con questo, esaurisco i forestierismi per la settimana)
Orgogliosamente, Miyazaki porta avanti i suoi personaggi archetipo, specie per le protagoniste femminili: Sheeta, il fulcro del film, è nobile per lignaggio e propensione, idealista e coraggiosa. E, qui come emblema della sua eredità, vola. Come ogni maschio miyazakiano, c'è azu, riciclo del Peter di Heidi, un ometto testardo e un po' allocco, forse il comprimario maschile più idealista tra quelli creati da Miyazaki. Curioso come entrambi siano orfani (Nausicaa e Clarissa lo erano), e curioso anche come il loro rapporto si sviluppi come prossimo a una relazione di coppia.
Dola invece si propone come maschera estremamente originale, una sorta di versione di Lupin al femminile, con una maggiore attitudine al comando e una maggiore saggezza, ma con la stessa dirompente vitalità, espressa a chilate di cibo ingurgitato,  attraverso la prominente fisicità e soprattutto con una premurosità burbera che neanche la mamma di Bud Spencer.
Infine, il cattivo: Muska, con esercito al seguito, polarizza il male nella sua persona, e con esso tutti i consueti valori negativi di prevaricazione, violenza e smania di potere. Il lato oscuro di Laputa, come abbiamo modo di scoprire...

Questa mamma è meglio della tua.

Al consueto fusto di manicheismo sfumato e ecologia, H&M innesta un temone da Battlestar Galactica, ergo la caduta di una civiltà per mano della degenerazione tecnologica: Laputa, al centro di una vera e propria mitologia demiurgica (Laputa come l'isola volante del Gulliver di Swift, ma anche al centro di molti avvenimenti mitologici tramandati nei secoli), è infatti caduta per l'eccessivo sviluppo tecnologico, che, come simboleggiato dal robot-giardiniere, non viene mai rigettato dall'autore, che auspica semplicemente che venga razionalizzato.
Abbiamo anche un sano tocco di comunismo, con Pazu lavoratore nelle miniere, sorridente strizzatein d'occhio del Miyazaki alle lotte dei minatori gallesi degli anni 80.

!
Il film guadagna in intrattenimento puro grazie a un intreccio serrato e preciso, personaggi spassosissimi e un taglio avventuroso che lascia intravvedere un fertile sottotesto. Anche dal punto di vista registico, Miyazaki prende le già suggestive sequenze aeree di Nausicaa e alza la sbarra, sia grazie a un design di navi e personaggi ancor più coraggioso. e alla coerenza nel mantenere alto il lirismo e l'eleganza dell'insieme,senza perdere in suspense e suggestione. Laputa è un film che si sviluppa in verticale, sia nelle scenografie che nell'intreccio - ed nel quale traspare l''vidente l'innamoramento di HM per l'arte, l'architetura e la cultura europea.
A contorno, un passo ulteriore nello steampunk (quasi a schiaffi in faccia nella sequenza dei titoli), la spassosa comicità slapstick (dove davvero si intuisce la sapienza e l'attenzione maniacale degli animatori), oltre alle autocitazioni (gli scoiattolo-volpe di Nausicaa).
Di seguito, i titoli di testa e di coda saldati in un tutt'uno, per trasmettervi via http un po' dell'atmosfera incantata del film. See you soon, fellas!


Next time:
Il mio vicino Totoro!

Somewhere along the line:
Arrivederci mostro vs Chocabeck!

Cemetery Junction vs. The Wrestler

... ovvero ematomi della crescita.
Giovini e meno giovini, questa settimana affrontiamo un po' la materia viva di tutte le storie del mondo: il cambiamento. Il momento che ci definisce umanamente per come lo affrontiamo, il momento di soglia che cambia tutto - prospettive, opinioni, orizzonti e, se va bene, anche salario.
Nella vita di un uomo, e con uomo intendo essere maschile benestante occidentale, i momenti di soglia sono fondamentalmente due: la fine dell'adolescenza e il pensionamento. In mezzo, gli strofinamenti del bunga bunga o, per i meno virili, quelli del carling.
Che sia stata la sorte o il capriccio o una divinità che vuole comunicarmi qualcosa, mi sono capitate in serie due pellicole che pescano proprio ai già elencati momenti pregni per trarre conclusioni per certi versi opposte sull'umana sorte. Procediamo.

Il film poi è un po' più serio. Giusto un poco.
Il primo dei film in playlist è Cemetery Junction e racconta al solito modo la solita storia dell'omino che ha dà maturà, uccidere il padre (metaforicamente però), andarsene di casa e diventare adulto.
A parte: credevo che non fosse ancora uscito in Italia - anzi, credevo che non avrebbe toccato mai sala. Invece è già passato e dimenticato, con il titolo pseudo-scientifico L'ordine naturale dei sogni. Ma morire, no?
Fin dal titolo, Cemetery Junction è più molto autobiografico (per quanto romanzato) della media dei film di maturazione, nel senso che è fondamentalmente la storia del suo autore, Ricky Gervais (uno divertentissimo che ha inventato robe tipo The Office e Extras, e una bordacchia di altri film, ma da noi è conosciuto per lo spassosissimo ruolo del curatore di Una notte al museo), scappato da un paesino della provincia inglese, come il Cemetery Junction del titolo, per cercare fortunaaltrove... Già che c'era, s'è fatto anche parecchio più bello, come vedete qui sotto (nella prima foto Christian Cooke, interprete del protagonista Freddie Taylor; nella seconda Ricky Gervais, interprete del padre di Freddie).

Farsi più fighi no, eh, Riccà?
Quindi sceneggiatura prevedibilissima e in piena formula (con varianti demenziali) ma ben eseguita e portata sullo schermo da attori giovani e meno giovani di grande bravura. E Gervais è garanzia anche di grandi interpretazioni. Risate più o meno smorzate, qualche lacrimuccia, e la solita, stupenda metafora sessuale del treno chiudono la partita.
Straniante la fotografia agée che da sola spalma una bella patina di senso e prospettiva in più sul metraggio totale: che le decorazioni pubblicitarie a base di falli giganti e le gaffe del giovane Snork non siano solo un espediente comico, ma il quid nostalgico di un'adolescenza da lasciare e tenersi nel cuore al tempo stesso? Of course...
Nota al merito parziale per le paraculissime track d'epoca (il film è ambientato nel 1973), ma Rain Song dei Ssseppelin a fine film rassicura ogni palato e offusca di commozione ogni retina.
Bei denti, co-protagonista! E perchè nelle locandine in primo piano ci sei tu? Che, mi state pigliando pu 'u culu?

The Wrestler è il grande film che non ti aspetti. O meglio, dopo due anni di megarecensioni, uno se l'aspetta anche.
È una poesia, e come tutte le grandi poesie toglie il fiato dall'angoscia. (E questo dovrebbe già risolvere la recensione). Alcuni artisti della narrazione hanno sottolineato come i finali in sospeso siano sostanzialmente delle ammissioni di vigliaccheria. Qui no (e difficilmente avrei scritto la frase precedente se non fosse così - oppure no?). Per propinarvi il mio pensiero cattocomunista, purtroppo mi è necessario spoilerare quasi tutto. Ergo regolatevi.
MickeyDistruzia
The Wrestler è un film quasi tutto di spalle, e quasi mai di primi piani. Se il nostro lottatore ha un'identità, ce l'ha nella lunga parentesi (in buona sostanza, il film) in cui è costretto a guardare in faccia i detriti della sua vita fuori dal ring. Quando non rimane più niente nemmeno di quello, quando ogni barlume d'amore e di vita reale gli viene sottratto per via di ciò che lui è, il lottatore capisce che l'unica strada per sopravvivere è sacrificare la sua umanità. Ogni scelta dell'Uomo porta a un vicolo cieco. Ogni vicolo cieco allo stesso baratro. O meglio: il vicolo cieco che imbocca lo conduce comunque alla distruzione, ma contemporaneamente lo consacra nell'alto dei cieli. Non più come uomo, appunto, ma come leggenda.
MickeyCornetta
Che questo film sia un concentrato d'arte, di genio o di quello che volete*, ma il lottatore percorre un arco opposto a quello codificato in narratologia:
-        L'eroe non si trova in una situazione iniziale di normalità minacciata; anzi, per quanto decadente, l'inizio è l'equilibrio ideale per l'eroe/leggenda, lo status quo che, per la leggenda, dovrebbe durare per sempre.
-        Le circostanze obbligano l'eroe ad affrontare con un mondo diverso dal suo, ma qui, costretto a non combattere per sopravvivere, la leggenda "si riduce a" uomo.
-        L'eroe non torna a casa diverso, maturato, portatore di saggezza e di un nuovo equilibrio; l'eroe torna a casa distrutto, disilluso, disumano. Nell'ultimo barlume di umanità, cerca la sua lei che era venuto a fermarlo. Ma lei non c'è più. L'eroe imbocca il suo vicolo cieco, e buona sera.
In buona sostanza, The Wrestler è un apogeo dell'anti-eroismo, e lo applica all'artista, all'eroe, alla leggenda: per loro crescere non vale, la loro esistenza è il sacrificio della vita per gli altri, la loro responsabilità è solo verso di loro. Mi viene in mente il sacrificio di ventun'anni di vita di Sun Su Kyi.
Aspettiamo con ansia di vedere Black Swan a marzo, nuovo film di questo geniacco di Darren Aronofsky, per vedere come si compie questo tema (The Wrestler e Black Swan sono, nelle intenzioni del regista, due facce della stessa medaglia).

* Nota Elitaria: E grazie a Dio non c'è niente di cristologico, non fosse altro perché ci viene tolta di mezzo la simbolizzazione del corpo morto, e ancor di più la resurrezione...

MickeyDelizia

Ma torniamo a fare i cazzari.
Raramente un attore ha raggiunto livelli di credibilità più alti di Rourke in questo film. E non per la menata della bravura, o per la menata della sua vita terribile – cioè sì, è anche così. Ma per i capelli ossigenati. Che tocco schifosamente meraviglioso. Non ci sono più i capelloni di una volta perché Mickey se li è mangiati tutti, e spero si mangi anche Nicholas Cage per riportare equilibrio nella Forza (dei Capelli).
Poi, Mickey dice una cosa su Cobain su cui il mio Io-hard rock sostanzialmente concorda, ma il mio Io-indie no – dovete sapere che fare il critico musicale mi ha costretto a sviluppare una forma embrionale di schizofrenia – che è: «Quei gruppi sì che erano forti, poi è arrivato quell'effeminato di Kurt Cobain dei Nirvana e ha rovinato tutto». Ebbene, è vero. Ma va bene anche come le cose sono andate. Certo, andrebbe meglio anche in un altro modo. Ma cambiamo argomento che mi sto confondendo da solo.
Ha un difetto questo film? Sì, i tatuaggi. Io odio i tatuaggi, specie sul corpo femminile (e qui ce n'è tanto e a buon mercato). Mi spiace, genere femminile, sei perfetto come sei, di inchiostro non ne aggiungerei. Poi oh, gestitevi voi, ma a me non piacciono. Uffa.
Insomma, questo The Wrestler è un capolavoro? È una strunzata? Non è un film leggerissimo, ma credo che con un po' di empatia e di compassione, anche il più accanito fan di Alvaro Vitali possa cogliere l'inesorabile poesia che regge questo gran pezzo di celluloide.
Alla prossima volta, compaňeros. Mi prendo una pausa dal cinematografo, però...

Morale: 
Crescere vuol dire avere il coraggio di non strappare le pagine della nostra vita, 
ma semplicemente strappare gli occhi per finta al nostro avversario.


Coming Soon:
Prospettiva Miyazaki