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Arrivederci, Mostro! vs. Chokabeck

Nel 2010 sono usciti tutti o quasi. La cosa fa godere in termini di mero gusto musicale, e quasi stupisce in un periodo davvero nero per l'industria musicale. Eppure, classifiche a parte, è stato un anno particolarmente fertile per la musica italiana che non sentirete mai se non ve la andate a cercare. Ed è un peccato che sia rimasta sommersa, visto l'autismo nei media nazionali (abbiamo persino una radio di sola musica italiana che tramette all'incirca il 2, 3% di quello che vien fuori dai nostri studi di registrazione ogni anno), e non aiuta una certa tendenza all'esterofilia - che ok che fanno più e fanno meglio, ma non schifiamoci il cortile, anzi... -, e duecento milioni di altre ragioni che a elencarle sembriamo troppo dei comunisti in cachemire.

Giusto per non parlare solo di cinema, ogni tanto mi piacerebbe fare un po' il termometro del nostro pop italico, tanto per annoiare deliberatamente anche i pochi comunisti in cachemire che ci seguono dalla Federazione Russa. 
Per questa prima puntata, mi occupo di quelli che sono stati, in termini di vendite, almeno, i due dischi italiani dell'anno: Chocabeck di Zucchero e il "primo ovunque" Arrivederci Mostro di Ligabue. Tra i due ci sarebbero i pupilli della De Filippi e Biagio Antonacci, in realtà, ma, visto che ci occupiamo di due cose per volte e almeno una delle due vorrei che mi piacesse (al di là del fatto che Zucchero fa il culo a Toto Cutugno all'estero e così via), ho scelto il nuovo disco dell'Adelmo Fornaciari.

Piacere pesce...

Non perdiamo tempo e andiamo subito al sodo con Arrivederci, Mostro! di Ligabue. Mostro lo dirai a tua sorella, 'a Toro Seduto.

1. Quando canterai la tua canzone
"Arimortacci, Vostra!" inizia col botto! Un riff, con la batteria e il basso che sembrano un gruppo rock californiano alla MTV. E Ligabue? Ah, arriva dopo.
Prosegue il tema cardine del Luciano: il mondo è cattivo, vivi come ti pare, e fanculo chi ti dice qualcosa- "lasciamo gli altri a commentare". Eh ok. C'è bisogno di dirlo ogni volta che esci con qualcosa?  Sto discorso lo abbiamo già fatto qui, ma puoi anche sbattertene di quello che dicono, senza che gli dedichi così tanta attenzione. Qui si definisce "Ciurlare nel manico", Lucianone.

2. La linea sottile
Oh, eccolo: Luciano ha appena realizzato che alcune cose sono una cosa ma ne comportano/conseguono anche un'altra, e che questo comporta il fatto che non possiamo isolarci dal mondo medesimo (Paolo Conte escluso). Wow. E, nel frattempo, ci sta anche la strizzatina agli aficionados ai lettori de La Casta ("i primi che mangiano tutto e gli ultimi pagano tutto quel conto"); agli ottimisti di ritorno ("i traguardi che sono partenze ed un tramonto che è come un mattino"); ma anche ai giovani compratori twilightiani ("A mia volta  ti apro la casa / e ti trovi davanti a un vampiro / che a mia volta devo succhiare / tutto l'amore che riesco a rubare"). Oltre ad essere un esempio splendido di pigrizia lirica e di lieve disturbo ossessivo-compulsivo, mi si rafforza la convinzione di uno che si sia rifugiato nel ruolo del Dalai Lama al Lambrusco, per potersi giustificare in qualche modo come "poeta che parla la lingua dei ggiovani". Ma "cosa pensi di fare, da che parte vuoi stare?" Diccelo, una volta per tutte, Lucianone.

3. Nel tempo
È tornato il gruppo rock californiano di prima in versione "C'ero - Manca". In questa canzone, pensate un po', ci sono: Zorro, Blek, Braccobaldo, Lavorini, la 1100, De Gregori, i Police, Berlinguer, Moro, Falcone e Borsellino. Manca Vermicino e ci siamo portati a casa "I migliori anni" versione catto-comunista, Lucianone.

4. Ci sei sempre stata
E vai con la ballata e gli accendini. Passabile, con tutti i crismi della canzoncina dell'ammore un po' emancipata, ma va bene così, Lucianone.

5. La verità è una scelta
Mi distraggo un attimo e arrivano i Nine Inch Nails! No, ma cosa dico... è Ligabue. Bravo Liga, arrangiamento coraggioso per un disco pop-rock italiano. Sì, quindici anni fa. Ah giusto, è colpa del produttore! Cazzarola, Lucianone!
N.B: In questa canzone, torna a grande richiesta l'analogia passo - tappe dell'esistenza. Guest starring: il nichilismo da cortile contro i politicanti. Questa volta però c'è un tema nuovo, e  questo mi pare pure importante: la necessità della coerenza etico-morale, di veglia perenne contro la prevaricazione. E parla male di Berlusconi, se devi, cazzo!
Pezzo migliore del disco? Pezzo migliore del disco, ma di tanto così.

6. Caro Francesco
Quando la dedica diventa un insulto. In questa canzone si parla essenzialmente di ipocrisia, come in metà di canzoni di questo disco. E basta. I giornali corrono dietro a ste cose: d'altronde, quando prendi  un classico della canzone d'autore italiana, cerchi di continuarlo con altri mezzi e ottieni solo una palla di un didascalismo unico, viene logico. Ma soprattutto, non potevi chiamarlo per telefono Francesco, eh, Lucianone? Cos'è un problema soffrire da soli? Già meni il torrone in TUTTE le tue canzoni, Lucianone.
Insomma, vai a chapà i ratt, Lucianone.

7. Atto di fede
A supporto del Luciano, arrivano i Coldplay, le chitarrine di Avril Lavigne e gli accordi maggiori che la canzone minchia si apre. Il testo è puramente pretestuoso e non c'entra una mazza con il pure condivisibile ritornello. Sì, se si perpetua la litania del carpe diem sembra che né Ligabue né la civiltà occidentale sia in grado di giustificarsi, vero, Lucianone? Premio della critica per “Vivere è un atto di fede nello sbattimento”, quanto siamo ggiovani, eh, Lucianone?

8. Un colpo all'anima.
Un po' anticipando la moda degli elenchi di Fazio, questo singolo è emblematico di come il Luciano nei momenti di stanca scriva le canzoni stilando liste un po' a caso, con un ritornello e una qualche catafora da appicicare tanto per garantire agli acquirenti la memorizzazione rapida. A tre quarti del pezzo, arrivano i Cream e fanno un solo e pure quelli che credono che Ligabue sia un esempio di rock italiano sono contenti. Un colpo al cerchio e uno alla botte, eh, Lucianone? (anyway, cazzo significa un colpo al cerchio e un altro all'anima?)

9. Il peso della valigia. 
La vita è una gran fatica, c'è da resistere, vai vai che poi alla fine forse arrivi. A soffrire si migliora, Lucianone?

10. Taca banda. Ooh, finalmente un pezzo un po' più genuino. Vai col blues. Sempre lista, sempre stesso disincanto ritrito, ma attaccato a questo filastrocchismo il cinismo è sempre più efficace. Peccato che sfumi. Odio quando sfumano, Lucianone.

11. Quando mi vieni a prendere.
E parte il fazzoletto. Ligabue interpreta il bambino, e viene un po' da ridere. Gli effettini, shocking  le spatoline, la maestra, il latte, tutto ben incastrato nella retorica del piagnucolone. Sarà che mi fan girare quando tirano in mezzo i bambini, ma questo pezzo è fondamentalmente inutile: insomma, Vermicino che mancava in 3, è qua. Il cerchio è ora completo, Lucianone.

12. Il meglio deve ancora venire.
Speriamo, eh, Lucianone?

Insomma: Non posso nascondere che buona parte dei commenti qui sono mossi da un mio genuino detestare il rocker di Correggio, ma penso siano ben evidenti e argomentati i motivi: la pigrizia compositiva, tematica e di stesura, il totale spaesamento etico-morale che traspare nei testi, nonché lo sproporzionato seguito a lui dedicato (sintomo second me di un certo pressapochismo più generalizzato, ma tant'è...). In questo disco, si aggiunge una produzione esageratamente plasticosa e di molto glassata rispetto alla relativa ruvidezza del passato - forse proprio in uno sfoggio d'onestà.
Per il resto, non è cattivo.

Fine?
Fine. Tocca a Sugar!


1. Un soffio caldo
Si inizia cona Zucchero fa il Manzoni, a volo d'angelo sui campi e poi giù a limoni. Qui Guccini non è evocato, come nel disco poc'anzi recensuto, ma c'è davvero. E quasi non sembra lui. A sostegno del pezzo fischettiare che si presta ad armonizzazioni bucoliche mica da ridere, che minghia sembra che sta già arrivando Brian Wilson e il Pet Sounds. Poi questa con l'ukulele si fa una meraviglia.

2. Il suono della domenica. 
In lingua anglofona, il testo l'ha scritto Bono. Continua il filone agreste, forse anche meglio. Immaginatevi Zucchero col chitarrino sotto il portico al tramonto, o per strada che cammina da solo. E potete anche immaginare meno, visto che le copertine dei dischi son sempre così... Comunque, qui abbiamo l'altra faccia della medaglia: quella del presente, non più dorato e caloroso come prima (con stoccata religiosa "ho visto fedi false fare solo guai"-- che impunito che sei, 'a Fornacià). Però, c'è sempre la speranza che in fondo 'il suo della domenica' rifiorisca....

3. Soldati nella mia città. 
Metafora leggermente datata Seconda Guerra Mondiale, dove finalmente un cuoricione può donarsi alla Ricostruzione. Peccato, pezzo meno riuscito del disco, ma lo si perdona, dai.
4. È un peccato morir. 
Pasquale Panella, sì lui... quello di capolavori (e non scherzo - beh, forse nel terzo caso un po' sì) come: questo, questo e questo. Qui il Vanera si è fatto di cicoria e fa le Bucoliche di Virgilio Sangiovese edition. Tutti a far l'amore nelle vigne per celebrare la vita. Spetta, sbagliato pezzo.
* Oscar per la miglior frase sulla Trinità: "Gloria a te nell'aria / quale tu sia / solo uno o solo in compagnia".
** Qualcuno mi spiega il mistero di "fare 101"?

5. Vedo nero.
Finalmente un nuovo classico sulla Patonza e sulla frustrazione da mancanza di coccole - con le relative conseguenze - da cantare sui pullman e scrivere sui muri di questa città. Mimmo Cavallo - paroliere - resuscita i proberbiali doppi sensi su "Shock the Monkey" di Peter Gabriel, vince l'Oscar alla Virilitàcon "la vedo nera, ma nera nera, ma non mi arrendo: ho alzabandiera".

6. Oltre le rive
Praticamente il remake di Diamante con un pizzico di She's My Baby, ma stavolta scrive quello che Tony Renis ha definito "il Francesco De Gregori del 2000" (non chiedetemi perchè....), ovvero Pacifico. Lasciamoci trascinare nel limone duro in questo capolavoro d'assonanze fonetiche, mentre Zucchero ci parla di uno stalker che arriva a occupare abusivamente una tipa. No, scherzo: è il drammatico percorso di un uomo separato a forza dalla squinzia (morta?)

7. Un uovo sodo
Stesso argomento, in simpatia. Da consumare dopo tre minuti e quindici. 

8. Chocabeck
Zucchero + Pasquale Panella + Brian Wilson + pompa truzza: il mondo ora può finire serenamente. Sulle note di Mamma Maria dei Ricchi & Poveri, of course.
Oscar a Panella per: "Di più di più, l'amore fu / un calcio in culo e tante stelle lassù".

9. Alla fine
Si parte dal bucolico, e si va nel trascendente. Probabilmente un futuro classico gospel zuccheresco, zuccheriano, zuccheroso. Ma penso che tutti sognino di spirare (sì, ok, sto generalizzando) nella natura.

10. Spicinfrin Boy
Qui il Nostro si guarda da ragazzo (spincifrin era un appellativo addossato all'Adelmo dalla sua nonna) e unisce, come in Chocabeck, dialetto e inglish in un altro bel spaccato di vita.
 
11. God Bless The Child
Andiamo sul melancoepico galoppante come solo l'Adelmo sa farli. C'è un po' di Freddy Mercury in Who Wants To Live Forever, c'è un po' di prosciutto crudo... c'è tutto, però non è che alla fine attecchisca molto. Peccato, ma grazie lo stesso, zio Adelmo.

Insomma: 
Da un punto di vista puramente pragmatico, questo è il miglior disco italiano dell'anno. Mi spiego: è senza dubbio il miglior pop che possiamo produrre ed esportare, che venda e che abbia un pubblico quantitvamente incisivo. La qualità direi discretamente luminosa del disco - e il divertimento che la impregna - sono tutto grasso che cola.
Sembra un turarsi il naso, ma non lo è del tutto.


La morale di questa storia: 
Quando il gioco si fa duro, porgi l'altra guancia.

Soonissimo:
Prospettiva Miyazaki #5 : Kiki, Consegne a Domicilio


Prospettiva Miyazaki #4 - Il mio vicino Totoro

Pant-pant-pant... che fatiguera la vita, ragazzi! Non riesco a starci dietro a sti post miyazakiani. E un po' mi manca il vecchio Double Feature, quello cazzonissimo dei primi tempi... ma tornerà, cari amici spettatori, tornerà, come è tornato Mike.
La prospettiva procede, visto che è sua prerogativa naturale quella di prospicedere... quest'oggi tocca a Il mio vicino Totoro 

È il 1988, un anno drammatico per la storia dell'umanità. Viene approvata la Legge Mammì, Achille Occhetto diventa segretario del Pci, George Bush Sr viene eletto presidente degli Usa. A salvare l'anno solo questo. Ah, e Il mio vicino Totoro. Hayao Miyazaki sforna un film più leggero e di pura evasione, un omaggio alla sua stessa infanzia e - anvedi sto incorreggibile cicciobello - all'infanzia del genere umano. E, nel processo, vien fuori quello che probabilmente il film più importante dello Studio Ghibli.
Vi presento Satzuki (a sinistra) e Mei (a destra). No, non sono di Faenza.
Il film parla fondamentalmente di un sogno ad occhi aperti: le sorelle Satzuki e Mei si trasferiscono col padre nella campagna giapponese - nel satoyama, stando al WikiWiki. Dapprima, le simpatiche bimbette notano che il vecchio casolare in cui si trasferiscono è infestato da misteriosi riccetti neri che spariscono misteriosamente; poi la più piccola, Mei, seguendo uno strambo animaletto s'imbatte nella tana del gigantesco e affettuosissimo Totoro! È l'inizio di un'avventura oltre ogni loro immaginazione...
Diamine, dovrei scrivere i riassuntini delle guide TV...
Con il Totoro, Miyazaki dimostra che un altro storytelling è possibile: uno in cui a mettere in moto una storia non sia il conflitto (in senso lato, latissimo), ma la curiosità. Come nella vita di ognuno, come nella nostra inarrestabile commedia umana, in Totoro ci sono tutti gli ingredienti: più saporiti  allegria, malinconia (a proposito, qui, per la prima volta, abbiamo una famiglia completa -  o quasi, la madre è malata e si vede in pochissime scene, e la cosa è molto autobiografica, visto che la mamma di H&M era malatissima di tisi spinale), avventura, scoperta, catalizzate da un calore umano che, come un autotreno (no-prize per chi coglie la citazione...), permea ogni fotogramma della pellicola. Un'esperienza emotivamente rigenerante per grandi e bambini, e al solo prezzo del biglietto del cinema. O forse neanche quello.

Totorain
Una fetta molto importante di quello che avete visto o vedrete in questo film è responsabilità dell'art director Kazuo Oga, che, oltre ad aver plasmato in punta di grafite lo stupendissimo Totoro - infilato di corsa nel logo dello Studio Ghibli -, ha un po' imposto il taglio estetico del film e la sua vivida e calorosa 'campagnolità' scintoista. Ma è appunto proprio Totoro ad aver folgorato l'immaginario dei bimbi giapponesi: per loro, è un po' come il Gabibbo da noi vent'anni fa. Solo molto meglio.
In sintesi, Totoro è un film che ti viene da consigliarlo a tutti perchè ti scalda il cuore, è commovente e scioglie anche i pezzi di marmo senza far succedere tragedie spaccacuore, e dove tutto è possibile, a patto che si abbracci il fantastico. E quasi quasi ti viene voglia di fare un figlio per vederlo con lui.
Ah, e poi c'è pure un seguito (Mei and the Kittenbus), ma dovete andare in Giappone al Ghibli Museum a vederlo.

Non dire gatto se non c'hai il bigliatto.
Totoro ha fatto esplodere Miyazaki all'estero - che non è esattamente una bella immagine, soprattutto considerati i precedenti di Pearl Harbor. Lui, dopo la brutta esperienza di Nausicaa, amputato e detrupato tipo Renato Balestra dall'adattamento americano, impone che non si cambi una virgola del suo film. la Totoro mania dilaga, e allatta una generazione intera di narratori per immagini...

Guarda chi ti appare... a sinistra!

Sempre più prossimamente:
Arrivederci, Mostro! vs. Chocabeck

Next week:
Prospettiva Miyazaki 5: Kiki, Consegne a Domicilio!

Prospettiva Miyazaki #3 - Laputa, Castello nel Cielo

animaVi sono mancato, eh...?


Ok, andiamo avanti!
Bentornati su DoubleFeature, ma soprattutto alla nostra sudatissima Prospettiva Miyazaki. Oggi ci occupiamo di un film che credo sia stato pesantemente adattato nella versione spagnola, ovvero Laputa - Castello nel cielo, conosciuto anche come Castle in the Sky. Questa arriva dopo...
Laputa (1986, e segnatevi la data, perchè è tipo Anno Domini) è il primo film che Miyazaki realizza sotto lo Studio Ghibli, nato nel 1985 da quelle menti ingegneristiche dello stesso HM, del collega Isao Takahata - un omino tanto simpatico che sembra Gianni Morandi, ma con gli occhi chiusi. E giapponese -  e del produttore Toshio Suzuki. Attorno allo Studio Ghibli c'è una fama quasi leggendaria - e, d'altronde, vedendo i risultati, la cosa è ampiamente giustificata.
Ma veniamo al film.


Fuggita fortunosamente da un tentativo di rapimento da parte di un gruppo di pirati, la giovane Sheeta scampa da morte certa grazie a una misteriosa pietra  - chiamata gravipietra - ereditata dalla madre. Il giovane minatore Pazu si prende subito cura di lei, ma ben presto si trova nel mezzo di una doppia fuga, sia dai pirati che dal malvagio Muska, esponente del governo e liaison con l'esercito, che vuole impossessarsi della pietra.
Scoperto l'immenso potere della pietra e il suo retaggio millenario, Sheeta viene però rapita da Muska, che si impossessa del talismano: salvata all'ultimo minuto da Pazu, unitosi alla sgangerata banda di pirati di cui sopra, guidata da Mamma Dola, si mette alla ricerca della leggendaria isola volante di Laputa, ultimo avamposto di un'antichissima civiltà. Ma il misterioso Muska li tallona...

Fanciulle Volanti Non Ancora) Identificate....
Laputa è senz'altro un film di molto più riuscito di Nausicaa. Ed è tutto dire. Come abbiamo avuto modo di disaminare settimana scorsa, Nausicaa nasce come sintesi di un manga in pubblicazione, e soprattutto si trattava del primo film la cui responsabilità artistica era interamente di Miyazaki. Un primo passo un po' pesante, ecco.
Laputa si fa forte di questa imprescindibile "prima" esperienza, però facendo un passo ulteriore verso la compiutezza, sia per quanto riguarda la sceneggiatura - più compiuta e focalizzata -, sia per quanto riguarda l'imagerie, che aggiunge al consueto mix di sense of wonder e umorismo la deliziosità del trance de vie. Quando la somma è maggiore degli addendi insomma. (con questo, esaurisco i forestierismi per la settimana)
Orgogliosamente, Miyazaki porta avanti i suoi personaggi archetipo, specie per le protagoniste femminili: Sheeta, il fulcro del film, è nobile per lignaggio e propensione, idealista e coraggiosa. E, qui come emblema della sua eredità, vola. Come ogni maschio miyazakiano, c'è azu, riciclo del Peter di Heidi, un ometto testardo e un po' allocco, forse il comprimario maschile più idealista tra quelli creati da Miyazaki. Curioso come entrambi siano orfani (Nausicaa e Clarissa lo erano), e curioso anche come il loro rapporto si sviluppi come prossimo a una relazione di coppia.
Dola invece si propone come maschera estremamente originale, una sorta di versione di Lupin al femminile, con una maggiore attitudine al comando e una maggiore saggezza, ma con la stessa dirompente vitalità, espressa a chilate di cibo ingurgitato,  attraverso la prominente fisicità e soprattutto con una premurosità burbera che neanche la mamma di Bud Spencer.
Infine, il cattivo: Muska, con esercito al seguito, polarizza il male nella sua persona, e con esso tutti i consueti valori negativi di prevaricazione, violenza e smania di potere. Il lato oscuro di Laputa, come abbiamo modo di scoprire...

Questa mamma è meglio della tua.

Al consueto fusto di manicheismo sfumato e ecologia, H&M innesta un temone da Battlestar Galactica, ergo la caduta di una civiltà per mano della degenerazione tecnologica: Laputa, al centro di una vera e propria mitologia demiurgica (Laputa come l'isola volante del Gulliver di Swift, ma anche al centro di molti avvenimenti mitologici tramandati nei secoli), è infatti caduta per l'eccessivo sviluppo tecnologico, che, come simboleggiato dal robot-giardiniere, non viene mai rigettato dall'autore, che auspica semplicemente che venga razionalizzato.
Abbiamo anche un sano tocco di comunismo, con Pazu lavoratore nelle miniere, sorridente strizzatein d'occhio del Miyazaki alle lotte dei minatori gallesi degli anni 80.

!
Il film guadagna in intrattenimento puro grazie a un intreccio serrato e preciso, personaggi spassosissimi e un taglio avventuroso che lascia intravvedere un fertile sottotesto. Anche dal punto di vista registico, Miyazaki prende le già suggestive sequenze aeree di Nausicaa e alza la sbarra, sia grazie a un design di navi e personaggi ancor più coraggioso. e alla coerenza nel mantenere alto il lirismo e l'eleganza dell'insieme,senza perdere in suspense e suggestione. Laputa è un film che si sviluppa in verticale, sia nelle scenografie che nell'intreccio - ed nel quale traspare l''vidente l'innamoramento di HM per l'arte, l'architetura e la cultura europea.
A contorno, un passo ulteriore nello steampunk (quasi a schiaffi in faccia nella sequenza dei titoli), la spassosa comicità slapstick (dove davvero si intuisce la sapienza e l'attenzione maniacale degli animatori), oltre alle autocitazioni (gli scoiattolo-volpe di Nausicaa).
Di seguito, i titoli di testa e di coda saldati in un tutt'uno, per trasmettervi via http un po' dell'atmosfera incantata del film. See you soon, fellas!


Next time:
Il mio vicino Totoro!

Somewhere along the line:
Arrivederci mostro vs Chocabeck!

Prospettiva Miyazaki #2 - Nausicaa della Valle del Vento

Ed eccoci in ritardissimo con il nuovo, fecondo post sulla Prospettiva Miyazaki. Mi scuso per il ritardo, e soprattutto per il fatto di avere esplicitamente saltato il post in programma, ma è la vita. Recupererò, bei fieuls.
Ma bando alle ciance che ho su il té.


Porco Rosso. Uhm, forse.

In un remotissimo futuro, la Terra è stata funestata dai Sette Giorni di Fuoco, che hanno raso al suolo la civiltà umana e devastato l'equilibrio ecologico del pianeta. Solo pochi gruppi di sopravvissuti resistono all'avanzare della letale Giungla Tossica, dove vivono piante e animali che producono spore letali all'uomo. Nausicaa, principessa della Valle del Vento, è una coraggiosa fanciulla che ha caparbiamente abbracciato la missione di scoprire la vera natura della Giungla Tossica - che la ragazza vede come una nuova opportunità per la vita sulla Terra. Ma tutto cambia quando i crudeli Tolmekiani, sulle tracce di una nave volante del regno di Pejite precipitata nei pressi del villaggio di Nausicaa, assoggettano la Valle del Vento e si preparano a conquistare il pianeta.

Addio giorni felici.
Nausicaa è innanzi tutto un manga, ma soprattutto il figlio illegittimo della disoccupazione. Nel 1982, il buon Hayao si trovava in (ovvie) difficoltà finanziarie a causa dell'assenza di ingaggi come animatore, e decide di ripiegare su un progetto tutto suo, Nausicaa appunto, con due obiettivi: chiuderlo quando avrebbe trovato un nuovo impiego, e, soprattutto, non trasformarlo mai in cartone animato. Detto fatto: il manga è durato dal 1982 al 1994, mentre il Nostro ha sfornato qualcosa come cinque lungometraggi, primo dei quali proprio Nausicaa. C'è da precisare che quest'ultima situation non è propriamente da addossare interamente ad HM, che, dovendo assecondare una decisione già presa dell'editore, decise di espandere il progetto originario di un corto di quindici minuti prima in un episodio da un'ora, e poi in un lungometraggio full size.
Nausicaa unisce da una parte una suggestione tutta infantile per il personaggio omerico (dite grazie al signor Pedia), emblema di proto-femminismo per il nostro, visto il suo completo disinteresse per i bellimbusti greci - e come biasimarla viste le tendenze -, e la sua preferenza per arte e natura, che la portarono ad essere la prima Menestrella; dall'altra, è il classico della letteratura giapponese del XI secolo Storia del Consigliere Tsutsumi, del quale non so dirvi niente, tranne che le mie fonti dicono così, e a volte bisogna anche un po' fidarsi. That's the press, baby. 
Una terza e pesante fonte d'ispirazione è talmente eterogenea e multiforme che vien quasi da applaudire: si chiama letteratura fantastica. Qui c'è tanto Dune, c'è tanta fiaba occidentale, c'è tanto di tutto che alla fine non ci si può far neanche troppo caso, perchè il risultato è tutto Miyazaki.


OttoOhm. (e prova a farlo al computer, James Cameron).
Il tema dominante è quello del rapporto tra uomo e natura - tanto che in molti si sono avventurati nel descrivere il genere di Miyazaki come eco-fantasy (WORST. DEFINITION. EVER). La poetica miyazakiana ha un caposaldo proprio in questa continua ricerca di un rapporto più sereno fra Madre Natura e il suo Figliolo più stronzo, rapporto che certo non obbliga al naturismo né preclude la possibilità della tecnologia (il villaggio della Valle del Vento, un paesello medievale con notevoli innesti ingegneristici), ma vuole evitare gli eccessi di tirannizzazione e sfruttamento - che molto spesso in Miyazaki coincidono con la militarizzazione e l'esplicita rottura dell'"armonia naturale" attraverso la crudeltà della guerra. I cattivi miyazakiani, per quanto spesso non schematizzabili come semplici villian (nota per i non-anglofoni: per villain si intende il farabuttissimo, il cattivone, lo stronzo, il figliodiputtana... capisc?), sono quelli che si rendono prepotenti proprio attraverso le armi.
Quello che incuriosisce di Nausicaa è il fatto che neanche la fazione più natural-naturante, gli abitanti della Valle del Vento appunto, si rendano conto di quello che la protagonista sospetta già da un po'... che neanche la Giugla Tossica è malvagia, neanche i temutissimi Ohm. E questo rafforza la paturnia mentale che mi sono fatto io, ovvero che qui in questo pasturone il vecchio Hayao c'abbia infilato anche un po' di Metropolis - la mediazione cuore e mente, nessun potere è veramente malvagio... però ora che lo scrivo mi sembra tirato per i capelli.
Centrale in questo e nei film di HM tutti è la protagonista femminile, che non è una slumacona passiva come nella metà della cinematografia mondiale, ma è un personaggio forte, auto-cosciente, determinato, ottimista ed emozionante, inizialmente puro ma già abbastanza maturo da capire la necessità dello "sporcarsi le mani" (la strage di Nausicaa in casa propria ce lo sbatte in faccia). Leader naturali, insomma, sia per lignaggio che per tempra.
Anche lei, come tutte le eroine miyazakiane, vola - e il volo è un topos (eeeh, ho studiato) mica da ridere, simbolo di un contatto speciale con il mondo, sottolineato anche dalla particolare empatia che Nausicaa dimostra di avere verso tutte le forme di vita.
Nausicaa non è solo un film contenutisticamente tosto - anche se narrativamente piuttosto sfilacciato -, ma è soprattutto una pellicola pericolosamente splendida visivamente. L'attenzione maniacale del team Miyazaki porta sullo schermo un universo "fantasy" (brrr...) luminoso e credibile, nel solco della tradizione di artigianato zelante e dedicato della tradizione giapponese, ma con una freschezza di sguardo che sorge dalle innumerevoli suggestioni visive tratte dall'arte e dai numerosi viaggi di HM&soci, suggestioni che il regista riplasma ogni volta. Come dice mia mamma: "Guarda quando cucino così impari" - ecco, lo stesso, ma applicatelo al mondo reale.
Come accennavo, non si tratta di un film la cui sceneggiatura non è perfettamente riuscita, ma mi dicono che in Giappone è stata una roba rivoluzionaria. Io ci credo, e non devo fare neanche troppi sforzi. Per indurvi ulteriormente a vedere questa perla - e a farvi rodere perché questa conclusione fa pena - allego anche un allegrissimo trailer coreano!
See you soon, dear losers!




Next week:
Ciocabeck vs. Arrivederci, Mostro.
(finalmente)


Next on Prospettiva Miyazaki:
Laputa - Castello nel Cielo

Prospettiva Miyazaki #1 - Lupin III: Il Castello di Cagliostro

Carissime e carissimi, eccoci tornati! Scusate la pausa forzata, ma la vita e i suoi corollari premono e ci si può far poco.

Ma bando alle ciance. Come probabilmente ho accennato mesi or sono, la normale programmazione di recensioni doppie sarà interrotta e amplificata da una amorevole rassegna dedicata a uno dei registi giapponesi, nonché di animazione, più importanti degli ultimi trent'anni: Hayao Miyazaki. Tenteremo di coprire le sue produzioni cinematografiche più importanti, sempre con la simpatica sferzata di affettoche contraddistingue noi (me) di Double Feature.
Ne approfitto per salutare, oltre al nostro esiguo ma fedele zoccolo duro di lettori tutto italiano, i possibili visitatori esteri statunitensi, thailandesi (?!) e russi. Non so come fate, ma vi stimo tantissimo. E già che ci siete, fate una capatina sulla nostra pagina Facebook e Twitter, che al resto pensiamo noi.

Ma cominciamo...
Hayao Miyazaki è questo omino qui:


Lo conoscete indirettamente, di sicuro. Ha diretto alcuni episodi di Lupin III, nonchè il lungometraggio Il Castello di Cagliostro (di cui frappé), ha collaborato all'anime di Heidi, ha creato Conan, ragazzo del futuro. Insomma, ha fatto parte anche della storia delle vostre vite.
Ebbene, perchè dedicargli addirittura una retrospettiva? Perchè? Perchè praticamente lo conoscevo solo di nome e, per quanto affascinato dalla sua estetica, non mi ero mai affidato completamente a un suo film. Per cui, ho deciso di darmi anima e corpo a TUTTI i suoi film. E la cosa sta rivelandosi fertile, al di là di questa serie di reviews.

Il Castello di Cagliostro è il primo lungometraggio dell'Illustrissimo, e, nonostante non sia farina del "suo" sacco (si inserisce pur sempre nell'enorme produzione dedicata a Lupin partorita dalla mente del mangaka Monkey Punch) quanto le pellicole successive, già rivela qualche germe delle tematiche che andremo a eviscerare nei post seguenti.

The Fast and the Furious.
Il sempre arzillo Arsenio Lupin, affiancato da Jigen, si mette sulle tracce della leggendaria dinastia di falsari della dinastia del Caprone, nascosta nel minuscolo principato di Cagliostro: nessuno prima di lui era riuscito a sopravvivere tanto a lungo da portare a risoluzione questo mistero. Il nostro arriva a Cagliostro proprio pochi giorni prima del matrimonio della giovanissima principessa Clarissa con il crudele Conte di Cagliostro, il cui solo interessamento nella ragazza è dovuto al di lei anello, elemento chiave per accedere a un antico tesoro. Ovviamente, il buon Arsenio non perderà l'occasione per impicciarsi...

Fifa in cima a un palazzo a strapiombo sul nulla.
Sul tradizionale impianto da "princess in distress" in salsa Lupeniana (in breve, per gli astemi: il ladro-gentiluomo si ficca in una valanga di guai da cui si sfila grazie alla propria genialità - schivando sempre di un soffio le manette dell'Ispettore Zenigata), Miyazaki trapianta alcune delle tematiche del cinema che di lì a poco farà sue: l'avventura nel reame misterioso e fuori dal tempo, ultima testimonianza di un mondo più primitivo e autentico (Atlantide anyone?), contrapposta al Male metallico e ottuso della violenza militarizzata; la principessa nobile che costituisce l'ago della bilancia, e l'ultima possibilità di redenzione (ma questo è un topos più comune, sono d'accordo).
Però c'è ancora un certo manicheismo "con gradiente" nella caratterizzazione (proprio della serie d'altronde), specie nel Conte e nei suoi scagnozzi, bidimensionalmente negativi (spero non si siano offesi). E, ancora più evidentemente, non c'è ancora nessuno di quei colori steampunk che da Nausicaa in poi diverranno organici all'immaginario di Miyazaki.
United Nations of Zenigata.
Anche l'intreccio è meno meravigliosamente sfilacciato e "suggestivo" di altri film del grande Hayao, ma più tradizionale e aderente al modus narrandi della serie televisiva, con le dovute eccezioni: la maravigliosa sequenze dell'inseguimento in 500 che apre il film e quella negli ingegnosi sotterranei del castello. Ma ci addentreremo nella sontuosa narratività anarrativa miyazakiana nei prossimi post...
L'ora e trentacinque de Il Castello di Cagliostro commuove per la naturalezza con cui emulsiona  l'avventura e la commedia con il genere heist, colorandolo di una poesia e di uno stupore jazzy che incanta ancora le platee televisive che si approcciano alla megatterica saga del ladruncolo francese.
Ma dalla prossima pellicola, le cose si compicano.

Next Time:
Ciocabek vs. Arrivederci Mostro!


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Nausicaa della Valle del Vento

Cemetery Junction vs. The Wrestler

... ovvero ematomi della crescita.
Giovini e meno giovini, questa settimana affrontiamo un po' la materia viva di tutte le storie del mondo: il cambiamento. Il momento che ci definisce umanamente per come lo affrontiamo, il momento di soglia che cambia tutto - prospettive, opinioni, orizzonti e, se va bene, anche salario.
Nella vita di un uomo, e con uomo intendo essere maschile benestante occidentale, i momenti di soglia sono fondamentalmente due: la fine dell'adolescenza e il pensionamento. In mezzo, gli strofinamenti del bunga bunga o, per i meno virili, quelli del carling.
Che sia stata la sorte o il capriccio o una divinità che vuole comunicarmi qualcosa, mi sono capitate in serie due pellicole che pescano proprio ai già elencati momenti pregni per trarre conclusioni per certi versi opposte sull'umana sorte. Procediamo.

Il film poi è un po' più serio. Giusto un poco.
Il primo dei film in playlist è Cemetery Junction e racconta al solito modo la solita storia dell'omino che ha dà maturà, uccidere il padre (metaforicamente però), andarsene di casa e diventare adulto.
A parte: credevo che non fosse ancora uscito in Italia - anzi, credevo che non avrebbe toccato mai sala. Invece è già passato e dimenticato, con il titolo pseudo-scientifico L'ordine naturale dei sogni. Ma morire, no?
Fin dal titolo, Cemetery Junction è più molto autobiografico (per quanto romanzato) della media dei film di maturazione, nel senso che è fondamentalmente la storia del suo autore, Ricky Gervais (uno divertentissimo che ha inventato robe tipo The Office e Extras, e una bordacchia di altri film, ma da noi è conosciuto per lo spassosissimo ruolo del curatore di Una notte al museo), scappato da un paesino della provincia inglese, come il Cemetery Junction del titolo, per cercare fortunaaltrove... Già che c'era, s'è fatto anche parecchio più bello, come vedete qui sotto (nella prima foto Christian Cooke, interprete del protagonista Freddie Taylor; nella seconda Ricky Gervais, interprete del padre di Freddie).

Farsi più fighi no, eh, Riccà?
Quindi sceneggiatura prevedibilissima e in piena formula (con varianti demenziali) ma ben eseguita e portata sullo schermo da attori giovani e meno giovani di grande bravura. E Gervais è garanzia anche di grandi interpretazioni. Risate più o meno smorzate, qualche lacrimuccia, e la solita, stupenda metafora sessuale del treno chiudono la partita.
Straniante la fotografia agée che da sola spalma una bella patina di senso e prospettiva in più sul metraggio totale: che le decorazioni pubblicitarie a base di falli giganti e le gaffe del giovane Snork non siano solo un espediente comico, ma il quid nostalgico di un'adolescenza da lasciare e tenersi nel cuore al tempo stesso? Of course...
Nota al merito parziale per le paraculissime track d'epoca (il film è ambientato nel 1973), ma Rain Song dei Ssseppelin a fine film rassicura ogni palato e offusca di commozione ogni retina.
Bei denti, co-protagonista! E perchè nelle locandine in primo piano ci sei tu? Che, mi state pigliando pu 'u culu?

The Wrestler è il grande film che non ti aspetti. O meglio, dopo due anni di megarecensioni, uno se l'aspetta anche.
È una poesia, e come tutte le grandi poesie toglie il fiato dall'angoscia. (E questo dovrebbe già risolvere la recensione). Alcuni artisti della narrazione hanno sottolineato come i finali in sospeso siano sostanzialmente delle ammissioni di vigliaccheria. Qui no (e difficilmente avrei scritto la frase precedente se non fosse così - oppure no?). Per propinarvi il mio pensiero cattocomunista, purtroppo mi è necessario spoilerare quasi tutto. Ergo regolatevi.
MickeyDistruzia
The Wrestler è un film quasi tutto di spalle, e quasi mai di primi piani. Se il nostro lottatore ha un'identità, ce l'ha nella lunga parentesi (in buona sostanza, il film) in cui è costretto a guardare in faccia i detriti della sua vita fuori dal ring. Quando non rimane più niente nemmeno di quello, quando ogni barlume d'amore e di vita reale gli viene sottratto per via di ciò che lui è, il lottatore capisce che l'unica strada per sopravvivere è sacrificare la sua umanità. Ogni scelta dell'Uomo porta a un vicolo cieco. Ogni vicolo cieco allo stesso baratro. O meglio: il vicolo cieco che imbocca lo conduce comunque alla distruzione, ma contemporaneamente lo consacra nell'alto dei cieli. Non più come uomo, appunto, ma come leggenda.
MickeyCornetta
Che questo film sia un concentrato d'arte, di genio o di quello che volete*, ma il lottatore percorre un arco opposto a quello codificato in narratologia:
-        L'eroe non si trova in una situazione iniziale di normalità minacciata; anzi, per quanto decadente, l'inizio è l'equilibrio ideale per l'eroe/leggenda, lo status quo che, per la leggenda, dovrebbe durare per sempre.
-        Le circostanze obbligano l'eroe ad affrontare con un mondo diverso dal suo, ma qui, costretto a non combattere per sopravvivere, la leggenda "si riduce a" uomo.
-        L'eroe non torna a casa diverso, maturato, portatore di saggezza e di un nuovo equilibrio; l'eroe torna a casa distrutto, disilluso, disumano. Nell'ultimo barlume di umanità, cerca la sua lei che era venuto a fermarlo. Ma lei non c'è più. L'eroe imbocca il suo vicolo cieco, e buona sera.
In buona sostanza, The Wrestler è un apogeo dell'anti-eroismo, e lo applica all'artista, all'eroe, alla leggenda: per loro crescere non vale, la loro esistenza è il sacrificio della vita per gli altri, la loro responsabilità è solo verso di loro. Mi viene in mente il sacrificio di ventun'anni di vita di Sun Su Kyi.
Aspettiamo con ansia di vedere Black Swan a marzo, nuovo film di questo geniacco di Darren Aronofsky, per vedere come si compie questo tema (The Wrestler e Black Swan sono, nelle intenzioni del regista, due facce della stessa medaglia).

* Nota Elitaria: E grazie a Dio non c'è niente di cristologico, non fosse altro perché ci viene tolta di mezzo la simbolizzazione del corpo morto, e ancor di più la resurrezione...

MickeyDelizia

Ma torniamo a fare i cazzari.
Raramente un attore ha raggiunto livelli di credibilità più alti di Rourke in questo film. E non per la menata della bravura, o per la menata della sua vita terribile – cioè sì, è anche così. Ma per i capelli ossigenati. Che tocco schifosamente meraviglioso. Non ci sono più i capelloni di una volta perché Mickey se li è mangiati tutti, e spero si mangi anche Nicholas Cage per riportare equilibrio nella Forza (dei Capelli).
Poi, Mickey dice una cosa su Cobain su cui il mio Io-hard rock sostanzialmente concorda, ma il mio Io-indie no – dovete sapere che fare il critico musicale mi ha costretto a sviluppare una forma embrionale di schizofrenia – che è: «Quei gruppi sì che erano forti, poi è arrivato quell'effeminato di Kurt Cobain dei Nirvana e ha rovinato tutto». Ebbene, è vero. Ma va bene anche come le cose sono andate. Certo, andrebbe meglio anche in un altro modo. Ma cambiamo argomento che mi sto confondendo da solo.
Ha un difetto questo film? Sì, i tatuaggi. Io odio i tatuaggi, specie sul corpo femminile (e qui ce n'è tanto e a buon mercato). Mi spiace, genere femminile, sei perfetto come sei, di inchiostro non ne aggiungerei. Poi oh, gestitevi voi, ma a me non piacciono. Uffa.
Insomma, questo The Wrestler è un capolavoro? È una strunzata? Non è un film leggerissimo, ma credo che con un po' di empatia e di compassione, anche il più accanito fan di Alvaro Vitali possa cogliere l'inesorabile poesia che regge questo gran pezzo di celluloide.
Alla prossima volta, compaňeros. Mi prendo una pausa dal cinematografo, però...

Morale: 
Crescere vuol dire avere il coraggio di non strappare le pagine della nostra vita, 
ma semplicemente strappare gli occhi per finta al nostro avversario.


Coming Soon:
Prospettiva Miyazaki

Inception vs. Prima ti sposo poi ti rovino

Cari amici, bentornati alla nostra dabolfiturata settimanale! Tutto bene, ripresi dalle paturnie del 7 novembre? Sì? Bravi! No? Bravi lo stesso.
Oggi sul banco degli imputati due film in cui è eminente l'uso di camicia e cravatta: Inception, fresco fresco di sala, diretto dal Christopher Nolan, e Prima ti sposo poi ti rovino, diretto, pensate un po', non da un Cohen solo, ma da due. Fratelli. Che roba esagerata, eh?
Abbiamo davanti due (tre) dei più importanti registi americani degli anni 90 e 00, forse quelli della "Nuova" (Nolan ha quasi quarantanni - i Cohen vanno per i 55) Leva Cinematografica che più si avvicinano al concetto di "autore" e che riescono contemporaneamente a far bene in sala. Indico loro perchè al momento non mi vengono altri esempi - come sempre, spazio agli insulti nei commenti.

Dopo la prima di Inception (attenzione: metafora)

Inception parte subito con un affastellarsi di piani di realtà e di sogno che ghezzoh!-che-situation: la storia è quella di un gruppo di teppisti professionisti, capitanato da  Dom Cobb-Di Caprio, ingaggiato da un magnate giapponeso per mandare in rovina finanziaria il suo concorrente in odore di monopolio. E come far ciò? Innestandogli per via onirica il pensiero di scindere la sua uber-società in più parti e disperdere il cucuzzaro tanto sudato da ppapà. Delle robe che manco la Smorfia... e che manco Morfeo se è per quello.
Avvertenza. Usciti di sala, la sensazione è quella di un intasamento neuronale: per un'oretta, non si riesce a pensare in modo lineare... Inception prevede il download di una tale quantità di informazioni e l'elaborazione di una tale quantità di interconnessioni che per le due ore e passa del film e per la successiva mezz'oretta ogni tentativo di giudizio-elucubrazione viene automaticamente abortito da dei centri sinaptici a caso che potrei inventarvi qui su due piedi.
Poi subentra il dubbio (che già in realtà era sorto anche qualche tempo dopo il glorioso precedente nolaniano, Il Cavaliere Oscuro): ma sto qua, sto Christopher, è un genio o è un artista della presa il naso? La tentazione di rispondere in modo estremamente paraculo non mi è estranea, vi rassicuro... per cui, ancor più paraculamente, terrò in sospeso il giudizio almeno per altri sei/otto anni.
Nell'attesa, godiamoci questo bombardamento meme (altra cosa assai rara per un film nell'epoca del WWW del computer).
"Mi crolla il mondo addosso..."
Quel che è certo è che Inception ha il grosso merito di essere un film smisurato, e di questi tempi di film davvero smisurati non è che se ne vedano in giro molti. Anzi, non se ne vedono e basta. Per una volta, si esce di sala con la sensazione di aver creato e piegato un Universo senza lesinare...  un'ambizione esagerata, ma, attenzione, non iperbolica. Esagerata perché la pellicola prende a spallate i water closetd cinematografici desaturati che mamma Hollywood ci propina ogni venerdì. Semplicemente, Nolan abbatte il nostro timido orizzonte di omuncoli  e gioca con "la materia di cui sono fatti i sogni dei sogni" (cit.): certo, il risultato sta alla psicologia come Matrix stava a Platone o a Hegel (e giustamente, che cazzo, siamo anche al cinema!), ma è da premiare il tentativo di tirarci fuori dalla noia di scenari etici da cortile dell'asilo e scaramucce melodrammatiche senza le quali la razza umana ultimamente non sembra in grado di comunicare. Ed è forse uno dei motivi per cui Inception ha racimolato tanta grana è proprio questo - legittimando il biondo regista a strapagare Sir Michael Caine per circa tre minuti del minutaggio totale della pellicola.
A parte, c'è un spunto assai interessante di riflessione sul cinema (d'altronde i sogni funzionano come film: c'è un regista, uno scenografo, attori, persino una proto-sospensione dell'incredulità... ) in cui Nolan si dà sostanzialmente del criminale... rispondendo implicitamente al quesito di cui sopra. Chris, sei proprio incorreggibile.
Inception è talmente ambizioso da spingersi pericolosamente in là con la cape del pubblico, con quanta linearità puoi togliergli prima che ti mandi sonoramente a cagare o cominci a non capirci seriamente un ciufolo. Ambizione questa un po' scialona, eh... ma in tempi di pappa pronta (qualcuno ha detto Avatar?); ambizioso poi perché è un giocattolone da qualche milione di dollari, con dietro regole (di questo riparliamo, però), limiti e campo/i da gioco, è un'“idea radicale” in cui finalmente un regista può prendersi il respiro di costruire una storia. Però fallata.

Gigi!

Però... che cosa vuol dire però... Ebbene, Nolan sarà anche un brillantissimo e ammirevole (e anche attraente, dai)  entrepreneur del cinema de' tempi nostri, ma ci propina delle sonore padellate di cui il caro Cristoforo si sbatte con i suoi occhi cobalto.
Come evidenziato da più parti (Google vi è amico), il film ha dei buchi di sceneggiatura che manco il mio impianto del riscaldamento prima che mi dissanguassi per ristrutturare casa: Nolan, durante tutta la seconda metà del film, va avanti barando, infrangendo gli stessi principi che ci ha tanto faticosamente inculcato nell'ora precedente – perché evidentemente senza il dramma non sarebbe esistito. E già qui avete una mezza idea di quale stupendo vicolo cieco si sia costurito il Siur Regista. Poi, ci sono coincidenze e sviste troppo, troppo, troppo improbabili da essere giustificate da qualsiasi finzione filmica, e ricadono nel ritardo mentale di personaggi che, salvo ovviamente Cobb, consorte e un altro paio di tizi, se esistono hanno vita lunga quanto le betularie.

La sostanza è: lasciatevi scombussolare da questa pellicola, ma attenzione, guardatevi co-stan-te-men-te dietro le spalle.

Ma che... davero davero?

Prima ti sposo poi ti rovino, ai meno noto come Intolerable Cruelty, è un allegro esempio di fiaba stronza.
C'era una volta un avvocato divorzista, cinico e di successo. Un giorno, l'avvocato incontra una stronzaccia manipolatrice e se ne innamora perdutamente. In un tweet, questo è il film. Ciao, alla prossima!

"Ciao, sono Giorgio Clunei!"
No, ok... avete ragione, non ho detto niente.
Ptsptr (un acronimo che definirei wertmulleriano) è un film piuttosto anomalo per i Coen - pensate, è il primo che non hanno scritto loro (urla di stupore, gente che si butta dai grattacieli).
I Coen, lo direbbe il nome, sono di origine ebraica, e gli ebrei hanno un senso dell'(auto) umorismo che dagliene - cioè, uno vero, cioè che loro di "autorialità" e analisi filmica manco vogliono sentir parlare... non quello di Antonella Clerici. Qui quest'autoironia la smorzano un attimo, giocano con il genere sentimentale, un po' parodiandolo, un po' seguendone i dettami, un po' fregandosene delle precedenti. Il risultato è una  raffinata commedia acida fino alla corrosione, "un elegante sberleffo al declino etico del Mondo Occidentale" - sì certo bravo, ma fino a un certo punto...
Dove voglia andare a parare il film lo si intuisce da fotogramma 2, e i Coen se ne rendono conto, tanto che si premuniscono buttandola in farsa - e in alcune sequenzucole il puzzo di farsesco si fa pesante (qualcuno ha detto "assistente di Giorgio Clunei"? oppure "nell'ultima mezzora il Clunei si atteggia un po' troppo a  slapstick comedy"?). Però, se nelle mani di altri tutto questo saprebbe di asparago, i capaci fratelli del Minnesota li rendono 96 minuti di cinema da farsi i grattini da soli.
Per una volta insomma, i Coen ci somministrano il loro sarcasmo sottopelle, ma quello che in realtà vogliono fare è fare a loro modo un film sentimentale di quarant'anni fa e divertirsi. Altrettanto dovrebbe fare il pubblico, ma invece io son qui a scriverne e a spaccarmici discretamente i lobi frontali su...
Insomma, in caso di serata stanca e voglia di film brillantino ma non cretino, andate a recuperarvelo, che c'è anche Suspicious Minds che è una delle canzoni per cui cambierei sesso, viaggerei nel tempo e sposerei Elvis e ci farei una figlia mascelluta.

"Scusa, ma... ha detto davvero "Potete sdrumare la sposa...?"

Purtroppo, la parentela con Inception stavolta non esiste, neanche una piccola piccola... ma se siete così geniacci da trovarcela, sapete dove scrivere. L'unica cosa che mi verrebbe in mente è che se Cobb avesse firmato una qualche forma di contratto prematrimoniale con la moglie impazzita, probabilmente ci saremmo risparmiati un sacco di paturnie durante il film. E probabilmente Christopher Nolan ora non giocherebbe a golf su un prato di diamanti a nostre spese.


Morale:
Prevenire è meglio che innestare.

Next Week:
 Cemetery Junction vs. The Wrestler
ovvero: Ascesa e Declino dell'Uomo Occidentale nella Tempesta di Speranze Che è la Vita.